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  • avvcorradorubera

SECONDO EPITAFFIO: Morte sotto una croce dannata.

Muor l'agnello, muoion li parenti, come tutti tu morrai, ma ciò che resterà immortale sarà il nome di color che hanno agito nel giusto. Muor l'agnello, muoiono i parenti, come tutti tu morrai, ma di un Uom che ho conosciuto, mai morrà, la fama e la leggenda. (H'vam'l) Era il 1153 DC e nelle foreste della Finlandia camminava un Uomo, recatosi a cacciar per le foreste della selvaggina per sfamar la propria famiglia. Un Uomo d'un queto villaggio nordico che silenziosamente stava arroccato sulle maestose Alpi del Nord. Un cervo, quel giorno, ebbe sorte sciagurata e finì per esser colpito dall'arco del cacciatore che, compassionevol delle sofferenze della propria vittima, colpita al collo da una freccia, le inferse l'ultimo colpo, quello dell'eterno riposo con il proprio pugnale. Davver sembrava una mattinata incantata e dall'atmosfera rarefatta, quella che poteva vedersi quel giorno, distante da tutte quelle voci che aveva sentito circa la possibilità di attacchi al villaggio da parte delle legioni della Svezia. Le motivazioni? Sempre le più futili e di facciata che celan quelle vere dell'egemonia e del potere da raggruppare sotto un unico segno. Tante volte, anche nella giovane età, l'Uomo aveva partecipato ad allenamenti nella città più vicina, ma lontana abbastanza tanto da lasciar distanti sia i pensieri che la pace in cui era immerso ora. Il suo viaggio di caccia era durato due giorni di lontananza da casa: Amava la sua piccola Comunità e la sua Terra e tante volte l'avea difesi con furia sacrosanta, ma con onore, da briganti e predoni per cui non gli dava alcun disturbo esser distante per un po' senza dover avere il pensiero di attacchi le cui difese aveva delegato ad altri suoi fedeli amici e, sempre più spesso, condottieri. E inoltre, benché mantenesse rapporti cordiali con tutti, nessun problema era essere distante dalla comunità per non dover sottostare alle sue regole che, pur rispettando ed obbedendo, preferiva abdicare in favore delle sole e poche leggi che le montagne, il freddo, le piante dettavano e che solo il fuoco, il pugnle ed il suo arco gli permettevano di ottenere eccezione. Infine, di tanto in tanto, amava essere distante dalla collettività, per sentirsi unico: l'unico essere umano che la natura abbracciava in quell'immensità: unico, speciale, cullato e nutrito da essa. Decise di raccogliere il cervo e di posticipare tutte le operazioni per la conservazione: scuoiarlo e accendere un fuoco per passare la parte superficiale della carne sulla fiamma avrebbe potuto attirare, ancor più di ora, animali feroci costringendolo a battaglie non necessarie. Per cui, stretta una corda attorno al collo dell'animale per arginare la perdita, prese a trascinarlo. La neve che quasi candida restava al suo passaggio, facilitava di molto il trasporto del cervo e poco impacciava il suo cammino: nonostante che fossero i primi giorni di primavera e un cielo cristallino dominasse tutta la vallata ed il bosco, la neve era dura abbastanza per i suoi passi ed il proprio transito. Il muoversi in quell'aria comunque gelida era per lui piacevole visto che riusciva a dominarla: il respiro degli alberi e delle poche nuvole in cielo gli riempiva il petto mentre compiva i piacevoli sforzi di trascinare una voluminosa preda al villaggio. Benché molti dei suoi pasti li consumasse da solo, non aveva mai chiuso la porta o negato o anche solo condizionato un piatto caldo ad un'anziana signora o un uomo, tradito dagli anni, storpiato dalla battaglia o da una caccia sfortunata né ad una Dama rimasta sola a causa di una battaglia... Mai aveva chiesto nulla a ciascuno di loro, se non di posar un fiore sulla propria tomba, una volta chiuso gli occhi e di esser sepolto proprio dove era stato trovato. Gli abitanti di quel villaggio, allora nomadi, l'avevano visto per la prima volta proprio in quei luoghi, quando vi era solo un gruppo di quattro o cinque case. Queste ultime, tuttavia, erano state incendiate e rase al suolo dai predoni che, in quelle due o tre famiglie avevano visto una facile preda. L'uomo, allora neonato, era stato trovato piangente ed attaccato al freddo seno della madre, ormai spirata, che aveva protetto il figlio dal crollo del tetto di una casa e che aveva scaldato il di lui corpo con il proprio fino a che il suo battito gliel'avesse concesso. Fra mani, cuori e sorrisi e visi familiari fu, quindi, cresciuto, il protetto e paladino della sua gente: come se fosse nato assieme a quei luoghi stessi in cui, tra il furore impietoso dell'inverno, la lotta alla sopravvivenza, venne infine premiata dall'abbraccio delle stagioni più miti facendo così crescere il legame con quei luoghi anche con chi lo crebbe. Tale fu il segno propizio per i padrini e le madrine di quel luogo: insediarsi fra quelle colline, dove un bambino era stato risparmiato dal freddo, dalle belve feroci e dagli spiriti di quei luoghi che continuavano a venerare con solenni riti per scongiurarne l'ira ed accordarsene il favore. Nessuna lacuna o vuoto, tuttavia, sentiva l'uomo nell'esser cresciuto in una famiglia grande quanto un villaggio dove tutti gli avevano trasmesso o insegnato qualcosa: chi, di giorno, l'arte del combattimento e della caccia , chi, di notte, il senso del sacro, le Leggende dei Condottieri delle terre della Finlandia di cui venne incoraggiato a seguir le orme e la nobiltà d'animo. Nutrito del latte, della carne e dissetato dell'acqua di quelle valli, l'uomo sentiva quella Terra e quella gente come una parte di sé e quotidianamente, quando si alzava all'alba e quando nel suo giaciglio si lasciava avvolgere dal torpor e dalle tenebre del crepuscolo, sentiva il proprio cuore sereno ed al sicuro all'interno di qualcosa che dà a chi lo sente un senso di eterno: come se quei luoghi fossero talmente belli, familiari da non poter mai cessar d'esser i propri... Ma soprattutto lieto anche che tante persone attorno a sé si sentissero protette ed al sicuro grazie anche a lui e a tutti i suoi compagni di legione. Mentre camminava giunse l'imbrunire e la neve sul sentiero e sugli alberi iniziò a farsi d'un color arancione con sfumature tendenti al rosso: tante volte aveva osservato quello spettacolo, ma non se n'era mai stancato soprattutto, per le piacevoli varietà di forme e riflessi che offrivano la neve ed il tramonto. Così l'uomo fece per intonare la propria preghiera socchiudendo gli occhi ed aprendo il cuore, ma al percepir uno strano odore, aprì i primi con fare guardingo e chiuse il secondo schermandolo perché il nemico non potesse percepirne la presenza. Fumo, carne bruciata, neppure di quella che si mangia... L'Uomo non aveva mai elaborato un metro che distinguesse in maniera netta l'odore della selvaggina da quello delle vittime di una battaglia, ma una sola voce l'avvertiva, quella che non abbisogna mai della ragione per credervi: l'istinto. La calma lo dominava affiancata soltanto dal mero acuirsi dei sensi ma un oscuro presentimento iniziò a penetrare nel suo cuore, come una minuscola crepa che pian piano si dirama del tutto. Lasciò la propria preda, senza neppur voltarsi, dove si era fermato ed iniziò a correre verso il villaggio. Il sole ormai spirava le sue ultime luci e sbadigliava la fine della giornata lasciando che, pian piano, la notte prendesse il sopravvento. Mentre correva, l'uomo vide dei fumi levarsi verso il cielo e una voce nella sua mente, senza rumore, ma fragorosa, vedendo quel fumo con gli occhi di lui esclamò nella sua testa: "NO!". Digrignò i denti e inclinò l'andatura in avanti quasi come se fossero i suoi piedi a dover seguire l'andatura del suo torso che si protendeva in avanti. Il cuore gli batteva con la forza con cui viene percosso un tamburo in una battaglia. L'uomo pregò ancora gli Dei, ma, stavolta, per chieder loro di morire quel giorno pur di trovare una spiegazione diversa da quella che gli si formava gradualmente nella testa. Essa prendeva forma ad opera della fredda e calcolatrice logica e ad opera della ragione seguiti, tuttavia, dal tormento e dall'agitazione. Lacrime di ansia rigarono il volto dell'Uomo che iniziava a maledirsi per aver scelto proprio quel giorno per andar in cerca di provviste e neppure con la giustificazione della loro carenza riusciva ad accordarsi il perdono considerato che avrebbe preferito sopportare gli stenti pur di non esser mai assente nel protegger quella che era stata la sua famiglia, per quanto allargata. La scena che gli si parò davanti, una volta raggiunto il villaggio fu anche più terribile di quella che la mente gli aveva suggerito o che le battaglie gli avevan mostrato. Tutte le costruzioni del villaggio erano distrutte e ne restavano solo le fumanti macerie. Solo le mura della propria casa erano rimaste in piedi e l'uomo corse verso la botola che aveva indicato, prima di partire, ad alcuni perché fosse il sicuro rifugio dei più deboli: donne e bambini. Tirò la tonda e metallica maniglia di quella botola; come se non avesse peso e l'aprì scardinandola... Ma immediatamente le immagini e l'odore che sentì lo fecero indietreggiare inorridito, ma non prima che riempissero la sua mente ed il suo stomaco d'orrore e la sua mente di profondo stupore che degli altri suoi simili fossero stati capaci di tali crudeltà. Evidentemente, i nemici avevano scoperto quel rifugio che si era trasformato in una trappola per color che intendevan proteggersi. A giudicare dall'odore, gli invasori avevano prima sigillato la botola con una pietra e, poi, avevano introdotto colate di olio bollente nelle fessure per poi dare alle fiamme ciò che restava. L'uomo, disperato, ma guidato dalla folle speranza di ritrovare qualche fortunato che potesse essersi salvato da un'invasione, prese a scavare e a tirar fuori quanto più possibile da quel cunicolo sotterrano; vi scese dentro e, tra le membra, tra le ossa, tra i corpi bruciati ed anneriti, scorse un viso familiare. Ai suoi piedi giaceva il mezzo busto con un solo braccio della Dama che soleva allontanarsi dal villaggio per portargli, caricata sulla spalla, una piccola giara di acqua presa dalla vicina sorgente. Tante volte l'aveva rassicurata dalle sue paure, quando la luna piena faceva ululare i lupi da cui lui la rassicurava che l'avrebbe protetta. Stringeva nell'ultima delle mani rimasta la sua spada: prima scintillante dei riflessi che solo l'acciaio sa restituire, ora annerita dalla punta all'elsa. Mai aveva pianto su un campo di battaglia, ma nel veder lei e i corpi dei suoi amici, mutilati, decapitati e quasi del tutto arsi e ridotti in cenere, pianse lacrime amare e di dolore, stringendo a sé quel che restava dei loro corpi che esalavano olezzi e vapori delle ultime auree di calore che la vita abbandona. Ne respirò tra i singhiozzi ed i sospiri fino ad aver i polmoni pieni e fino a che quelle auree non presero forme di fantasmi e di sagome che attorno a lui iniziarono a fluttuare ed a lui iniziarono a rivolgere i propri tormenti. Alcuni, erano placidi, rassegnati e nostalgici: "Amor mio, rinuncio a darti una carezza sacrificando per te le mie mani e le braccia, ma salvati." "Non ho più occhi per guardarti, ma conserverò il tuo ricordo." altri pieni di disperazione, furia e rancore e bramosia di giustizia vendetta: "E' tanto che vale una vita per un soldato? E' tanto che val un'esistenza per un crociato? E se tanto nobil e tanto ardita è l'impresa di massacrar uomini, donne e bambini di un villaggio intero, perché non è scritto nella Bibbia o nel Vangelo l'insegnamento d'una simil, gloriosa epopea?! O è forse troppo grottesco un tomo Sacro che predichi la pietà ed il rispetto per la vita in un comandamento per esser segno di massacro?!" "Chi una diversa concezione ha del sacro merita forse la Morte anche se vive obbedendo a giustizia?!" Poi delle voci femminili: "No, non morire... E proteggimi!" "Non potrò più danzare..." "Il bambino che portavo in grembo da te!" "Il nostro era un popolo pacifico! Perché?" "Mio Signore, perdonatemi ma non potrò più servirvi!" Ma pur se meno forbiti o meno accusatori, quelli che più distruggevano l'Io eran i pianti dei bambini che con le proprie lacrime e singhiozzi più tagliavano l'animo dell'Uomo che li ascoltava ormai del tutto sopraffatto dalla follia. Poi tutte si unirono in un lugubre, oscuro coro le cui voci non avevano nulla più di umano: "Dei o Demoni, salvateci... Oppure VENDICATECI!" "Dei o Demoni, salvateci... Oppure VENDICATECI!" "Dei o Demoni, salvateci... Oppure VENDICATECI!" Al crescer di quel coro, oscure figure scheletriche e mutilate, alcune avvolte in consunti sudari, iniziarono a strisciare, fredde, insistenti e perentorie lungo il corpo dell'uomo che, ottuso da quell'aria e in preda ai giramenti di testa che gli aveva cagionato l'osservare quella macabra danza, cadde a terra sul mucchio in cui aveva scavato, sconvolto, pallido e con un volto istericamente inespressivo. Le sue labbra a stento si muovevano sussurrando le parole del coro dei caduti. Infine tacque fermando anche il proprio respiro. Poi di colpo si alzò, quasi come se non vi fosse più, attorno a lui, quel panorama d'orrore e, quasi come sapesse cosa vi avrebbe trovato, in cinque punti diversi, scavò ancora tra i resti... Rinvenne, così, con il suggerimento dell'istinto inculcatogli, i bracciali, gli schinieri, la corazza della propria armatura, tutti anneriti dallle fiamme e dalle ceneri e colorati solo con delle sfumature purpuree di sangue e decomposizione. Non c'erano però finiture perché potessero essere montati ma una voce spettrale gli suggerì: "Portaci con te e vendicaci: non esitare". E così, ricevuto il macabro consenso, l'Uomo, a mani nude, scuoiò prima le gambe, poi le braccia traendone i tendini, necessari strumenti per cingergli la corazza e raccolse la propria spada che infilò nella striscia di metallo che faceva da guaina dietro la schiena. Una volta terminati i preparativi, quella sua calma isterica lasciò il posto a un'oscura sensazione che iniziò a pervadergli il corpo: l'avvicinarsi del momento della battaglia. Le sue braccia, il torace, i pugni, assieme a tutti i muscoli del proprio corpo iniziarono a contrarsi... Respirò profondamente poi tramutando il proprio fiato in un unico e solo grido: quello della vendetta che gli riecheggiava nel petto e nella testa, man mano che sentiva ancora quell'aria e tutte le anime che acclamavano la vendetta del proprio Paladino, unirsi al proprio spirito,. Tale fu la rapidità e la violenza con cui il sangue gli scorse nelle vene ed il cuore a battergli che tutti i capillari degli occhi gli si ruppero, facendo divenir i suoi bulbi rossi di furia, eccezion fatta per le iridi che restarono nere come la pece e luccicanti di odio. Odio profondo per l'ingiustizia di quella distruzione, odio profondo per il vigliacco attacco contro gli inermi, odio originato dalla lurida volontà, non già di sconfiggere e sottomettere un popolo per asservirlo, ma di eliminarne la presenza per profanare il loro territorio arrogandosi, con ipocrisia, di Sante ed altruistihche azioni che malcelavano il più sordido egoismo. Queste le azioni per cui ora avrebbe riscosso il proprio prezzo in sangue, in un massacro che avrebbe sigillato con la morte il riposo dei propri cari: l'unica terra che li avrebbe sepolti sarebbe stata quella intrisa del sangue dei loro nemici. Le uniche strutture che avrebbero eretto la loro cripta serebbero state quelle fatte delle ossa e dei teschi dei vili aggressori. Né il Guerriero conosceva i loro nomi, né ne aveva visto mai i volti, ma di lor tutti vi sarebbe stata sicura traccia nella sua lista come negli elenchi dei soldati e delle Legioni cadute. Né la morte sarebbe stato il loro unico castigo ed il suo sollievo quanto, invece, i loro attimi di agonia che per lui sarebbero diventati profondi e lunghi come un'eternità. Un'eternità in cui avrebbe sentito le loro anime intrappolate, in una prigione priva di alcun angolo di sollievo, nel lieto ricordo delle loro grida, del terrore dei loro volti una volta scoperte le conseguenze delle loro azioni, nell'eterna musicalità del lor maledir le proprie madri d'averli messi al mondo per scoprir il più tristo dei fati. In nome proprio e in nome del proprio popolo. Lui, ultimo rimasto, così si prefiggeva di raccogliere ciò che avrebbe donato il riposo eterno alle anime, una volta innocenti, che, dentro di lui, si muovevano come vermi dentro carne putrescente scosse dal tormento di una fine violenta, inaspettata e, soprattutto, ed immeritata nonché... Dal sincero languor di Morte e di Vendetta. Sentito scorrere il primo strepito di quella corrente malvagia, afferrò il legno di due bordi della botola deformandoli e, con un balzo, uscì facendo ruggir di nuovo quella che, per tutta la battaglia, sarebbe stata la sua unica voce e verbo che avrebbe proferito fino all'ultimo dei suoi attimi: un grido composto da molteplici urla ululanti che richiamano le membra e il sangue dé propri carnefici. Questi, accampati poco distante, a ber e banchettar di ciò che avevano razziato, nell'attesa del ratto delle fanciulle rapite, udiron quel grido come un tuono che, stavolta, scosse persino la spavalderia che aveva dato loro l'invasione di un villaggio in una schiacciante superiorità numerica. Costoro accorsero tutti nella direzione di quel suono scorgendo un'immagine che aveva dell'incredibile per quanto fosse surreale che, ben presto, accerchiarono. Sembrava un combattente, ma dalla strana corazza che emanava un'aurea di vapori oscuri uguali a quelli di quando si smembra un corpo... Oscure e spettrali figure danzavano attorno a lui come quelle ombre che proietta il fuoco quando le fiamme ballano in un accampamento, altre gli strisciavano attorno alle membra, come serpenti. Quella surreale immagine stava immobile come una statua, con gli occhi chiusi e senza brandir alcuna arma che, invece, era riposta dietro la propria schiena: una spada nera lunga quanto la testa ed il busto dell'uomo attorno alla cui lama si poteva scorgere a stento un surreale fodero composto da teschi i cui denti stridevano sull'acciaio per mantenerlo continuamente affilato. Quando furono accorsi tutti e si schierarono immobili e con le armi in mano, infine, la strana figura tirò un respiro per avere la certezza assoluta che quelli attorno a lui fossero coloro che cercava... Nel fiutar inconfondibilmente l'odore del sangue, della carne e dello scempio sulle loro lame e i loro corpi, l'Oscuro Guerriero mostrò un'espressione facciale di sinistro incrocio tra un lugubre sorriso e quello che è il volto che mostra una belva nella furente e spietata gioia di consumar una preda ancora viva. Le ombre attorno a lui divennero più visibili e risuonarono, con tamburi d'ossa e pelle umana, la marcia di battaglia nella testa del proprio Paladino. Questi, infine, aprì gli occhi verminii scrutando con gioia il gran numero di persone che gli stavano attorno: ora ciascuna anima che era in simbiosi con lui, avrebbe, contrariamente ad egli, avuto il proprio eterno riposo grazie al sacrificio di vendetta di uno o più dei propri assalitori. Estrasse la spada, dalla lunga ed oscura lama e dall'elsa attorno a cui si agitavano alcuni, piccoli, teschi, che, famelici di carne e sangue, morsero la mano del proprio padrone esortandolo alla furia e all'oscuro rituale di vendetta. L'oscura figura, quindi, accontentò i propri adepti aprendo, con una strofa di battaglia, il massacro: "O voi, codardi che vi nascondete dietro quegli scudi di metallo friabile, O voi che vi nascondete dietro a quelle croci, Chiaman la vostra fine uomini, donne e bambini del villaggio in cui, vi siete dilettati nelle cure più nefaste, di quel villaggio in cui fui raccolto ed allevato da color le cui alme m'assillan e m'esortan a far sì che riceviate il giusto copenso per tanta viltà." L'attimo dopo che la sua mente ebbe comunicato con le cervella di quegli uomini increduli, esse iniziarono a spargersi per il campo di battaglia. Con un balzo, difatti, l'Oscuro Guerriero dei Morti, si lanciò, rapido come una raffica di vento, verso un gruppo di uomini e sul capo della legione che gli stava davanti. Le anime in lui gli indicavano, perentoriamente e con precisione millimetrica i luoghi dove colpire tanto che aveva necessità di tener gli occhi aperti solo per veder e comunicar agli ospiti del suo corpo la gioia di osservar quei volti, prima avvolti da sadistica gioia, contorcersi ed urlare di terrore... Oppur venir tagliati di netto, man mano che l'acclamata Vendetta li raggiungeva trionfante. I suoi movimenti non parevano aver peso, come il suo corpo che si librava nell'aria come a descriver una macabra danza, che, ad ogni movimento di fluido e di carni purpurei colorava la neve d'una pioggia che prima un tifone cattura e poi sparge. Volavan, membra, volavan ossa, che mai avrebbero avuto sepolcro o alcuna fossa, Volavano occhi, volavan visi, di soldati in una falsa gloria, or dall'ombre, cadean derisi, Danzavan le ombre, nell'agguantar i loro carnefici, con sorrisi e sospir appagati e malefici, E trascinavan i loro assalitori, in una spiral di indicibili e indescrivibili orrori. Così finivan gli uomini di quella finta crociata, e venivan soverchiati dalla temibil ed Oscura Armata. Fatta di quel che resta d'un Uomo, guidato dall' anime e reso Oscur Guerriero, che tutto faceva volar in un vortice nero. Come le loro vite, le loro fiaccole si spegnevano, mentre le anime delle defunte Dame di sollievo piangevano. Dalla terra uscivan le Ombre, reclamando il proprio prezzo, perché della loro vita fosse lavato il disprezzo... Per reclamar la Suprema ed incondizionata Giustizia, perché s'annientasse la bastarda milizia. Rimasti dei cento, un ultimo manipolo di uomini increduli, le Ombre sentirono il loro intento di fuggire e sussurrarono al guerriero il da farsi perché essi fossero puniti: "Danza, evoca l'Oscuro oracolo, descrivi con l'ultimo atto della tua battaglia l'Arcano Pentacolo". Ghignante e divertito, ma giammai sazio, così il guerrier proseguì il suo mortifero andazzo. E nel brandir i propri attacchi descrisse i seguenti movimenti come se sulla neve vi fosse una Rosa dei Venti: Nord, Sudest, Ovest, Est, Sudovest. Così disegnando, con la propria lama, sulla neve, un pentacolo rosso. Vi fu un solo attimo di silenzio e stupore e il Guerriero restò fermo e inanimato al centro del pentacolo, poi, con la propria mente recitò: Che in questo Pentacolo la mia gente sia guidata, che ogni vittima sacrificale sia condannata, pur a costo della mia vita, Che ottengan la Pace con la propria vendetta, già perdonata, per la vita di lor e dé propri cari andata perduta, Che così sia vendicato un distacco violento, di cui i resti dei nemici sian della vendetta il memento. Che il sangue degli assalitori sia il lor soporifero unguento, che essi qui patiscan l'Eterno Tormento. Finito di formulare quel rituale ed epitaffio di odio e maledizione, il guerriero agitò un'ultima volta la spada cospargendo di sangue il pentacolo così disegnato. Da esso scaturì prima un'irreale luce in cui si alternavano bagliori dell'alba, del crepuscolo e del mezzogiorno che iniziò a consumare e a far bruciare i corpi dei soldati superstiti tra le loro urla e lo sgomento nel veder prima le proprie mani, poi il corpo dissolversi... Almeno fino all'essiccazione dei bulbi oculari, una volta bruciatesi, assieme ad essi, le palpebre. In essa si iniziarono a distinguere delle ombre scheletriche che, ridendo ed urlando di gioia per l'incredibil sollievo, agguantaron le spoglie dei prigionieri le cui carni, pian piano si dissolsero in quel bagliore e le cui anime urlanti venivano risucchiate negl'Inferi. Diversa sorte, tuttavia, ebbero i cinque che stavano proprio agli angoli del pentacolo: dietro di loro apparvero delle figure incappucciate che con le loro ossute braccia, li decapitaron librando una falce, una volta che le vittime si furono inginocchiate per pregar la salvezza. Tale fu il prezzo ed il gesto delle vittime sacrificali di quel pentacolo i cui lati, ora, erano descritti e ricalcati anche da dieci braccia che convergevano verso il centro in cui stava l'Oscuro Guerriero. Tuttavia, il rituale non pareva ancora essere giunto al termine... Anche le cinque figure, infatti, conversero verso il centro riunendosi in una sola che stava ora, faccia a faccia, con il Vendicatore. Ingenua e beata come un'oscura Vergin, stava ora la Morte al centro del pentagon, a rimirar l'incredibil valore d'un Uomo: cacciatore, Guerrier ed infin Vendicatore, in una valle troppo incantata per esser arsa ed insanguinata senza un sacrificio. A lui così si rivolse: "Neppur un Immortal riesce a restar impassibil dinanzi a tal epopea, Guerrier. Sino in fondo ti sei immolato per color che il giorno della tua nascita t'han salvato, cresciuto e perdonato. Osservo la tua furia, la tua tristezza, il tuo sgomento nel camminar in ogni momento tra passato, presente e futuro nel mantener il Supremo Ordine tra inizio e fine. Eterni amanti questi in cui tu sarai Leggenda per aver così vissuto la tua vita che or t'abbandonerà. Orsù, quindi, lascia che tenti almen di por fine al tuo tormento conducendoti tra color che in vita hai amato e nella morte vendicato. Neppur te ne sarai curato, ma la vita al pentagon hai consacrato... Per aver i miei Poteri, la leggerezza delle mie ali e l'affilatura della mia falce, hai dato tutto, finanche: dal tuo corpo al tuo cuor alla tua Anima, passando per ogni singol respir, pensier e ricordo. Ho scorto in ogni momento della tua furibonda battaglia, nella ricerca e nel ripristino della giustizia, ogni sacrificio che hai fatto nell'arder tutti i tuoi ricordi per alimentar l'Inferno in cui hai arso i corpi e le anime di chi aveva aggredito i tuoi protetti. Tutti li ho visti man mano che li dissipavi e sacrificavi per alimentar il fuoco della tua forza forza che san dar la furia della tua vendetta in cui non hai risparmiato alcun significato o sfumatura di tale concetto. Fossero esse le buone azioni ricevute da chi vendicavi, ogni singol battito d'un sentimento fosse esso genitorial, fraterno o d'amor. Nulla hai risparmiato per te, Eroe, ma hai restituito tutto ciò che hai ricevuto. Non potendo render grazie per un insegnamento, restituire una carezza, un Atto d'Amore o sol di bontà né tuoi confronti, hai trasformato tutto il bene che ti han fatto nel tuo motivo di vittoria perché si placasse il tormento di chi ti ha amato, ma nulla di questo mondo potrà mai placar il tuo che altro non ti fa sentir più... Se riesci a sentir ed intender le mie parole, difatti, è sol perché ben conosco la follia di un cuor nobile, vilmente sporcato da un torto, che invoca la Morte perché l'affianchi nell'ottner giustizia; Ma nessuno ormai può più capirti né alcun mortale or più riesci a capir: le anime che si sono fuse alla tua sono parte di te e tu non sei più te stesso né un Uomo. Altro non riusciresti a sentir se non il dolor d'esser rimasto solo: orfano di nuovo, senza neppur le spoglie di tua madre a scaldarti col suoi ultimo respir... Ma forse neppure questo riesci a rimembrar... Or che la tua mente è stata percorsa da tante immagini d'atroce sofferenza, per la maggior parte non tue, ma che tali son diventate, Or che il tuo cuor ha sentito tutto lo strazio d'ogni persona che amavi, non meriti il dolor di finir la tua esistenza fra delle colline, che mai più saran per te la tua Terra, il tuo Villaggio, la tua Casa, fra la follia del ricordo di ciò che ti ha reso ciò che sei adesso ed il sogno d'una esistenza che giammai potrà riportarti a ciò che eri. E' tempo che tu t'immerga e venga mondato dal sangue che hai indosso dal tuo riposo: giammai ti darà dolore e il tuo sepolcro sarà la tua Terra da cui mai più ti separerai unitamente alla Gloria della tua battaglia che, sì, ha inghiottito i tuoi cari, ma che or riposano fieri d'averti cresciuto e d'esser stati da te vendicati e i pochi fuggiti che hai liberato canteranno il tuo nome e la loro voce sarà per te il miglior canto che consolerà il tuo torpor, assieme al mio. Abbraccia, orsù il tuo giaciglio ed abbandona le pene mortali! Cosa può spegner le fiamme de lo tuo tormento, se non il sollievo di questi ghiacci? Tra i rami di questa foresta, l'alberi suoi, e di essi gli abbracci, Tra le loro fate che canteran miti e canti idilliaci nelle lor lingue melodiche, Tra le loro membra che doneran dolcezza e tepor nella tua eterna notte, senza prefiche, Orsù, quindi, addormentati e riposa il sonno dei giusti. Né alcun profanerà la tua tomba o le tue spoglie, intoccabili ormai, dai tuoi eventi nefasti. Né alcun incubo conoscerà il tuo sonno né potrà mai nessun turbarlo E 'l tuo cuor, sì, or sarà sereno perché come prezioso tesor avrò io stessa a custodirlo Tuttavia, l'Eroe non accolse né alcun consenso prestò alle raccomandazioni della Morte e, anzi, sferrò un fendente che fece dividere quasi l'aria e che si scagliò sulla lama della sua falce. Lei rimase immobile, poi un'onda d'urto investì l'Eroe che ritornò in equilibrio con una capriola all'indietro, tuttavia percependo la presenza di Lei alle sue spalle. "Spero tu comprenderai che non posso lasciar in questo mondo una creatura, non più umana, che ricalca alcuni dei miei tratti..." Sussurrò la Morte nell'orecchio dell'Eroe che, istintivamente, si piegò in avanti e sulle gambe per schivare la mezzaluna che descrisse la falce così evitando di esser tagliato all'altezza della cintura... Si voltò, ma già non vide il proprio avversario. Poiché restare fermi sarebbe stato sicuramente un errore fatale, l'Eroe corse verso un albero vicino tentando un attacco triangolato verso il centro del pentacolo dove, concentrandosi, sentiva di poterla scorgere. Così sferrò un altro fendente che avrebbe sicuramente spezzato in due una roccia di granito, ma anche quell'attacco venne parato. "Davvero notevol, Mortale... Sempre che tu lo sia ancora. Or che più nulla hai da perdere e che comprendi sol il significato della battaglia, sei cresciuto fino a divenir l'Eroe che sei ora: il guerriero perfetto. Cresciuto nel giusto, temprato dalle perdite... e che ora fronteggia la morte con la forza della disperazione". L'Eroe, cercando di zittir quella voce che or l'elogiava, or educatamente lo sbeffeggiava, ruotò su se stesso tracciando un arco anche più spaventoso di quello precedente nutrendosi ancora della propria ira pulsante e rispose all'Oscur Titano che con ogni cortesia l'esortava a non rifiutar la Pace Eterna che gli offriva: "Quanto verbo proferisce colei che offre il Silenzio e che imperativamente dovrebbe far tacer chi deve uccidere? Se così tu usi la falce, diversamente uso la spada, ove non voglia far rantolar d'una cruda agonia chi a me s'oppone. Così taglierò a fil di spada, dal capo al pube, color che ordinaron, consentiron o non s'opposer a questo eccidio. Di terror, di sangue e di Morte, quella che infliggerò io, saran sempre ricche le terre dé i miei nemici. A te lascio di lenir il dolor de li vecchi o di portar in braccio pueri. Donna, cedimi il passo ad un guerrier ancor bramoso di dissetarsi di vendetta e di sradicar l'esistenza dé propri nemici... Dagli ascendenti ai discendenti. Come hai visto oggi e come vedi or ora farò le tue veci. Nessuna differenza vi è tra la tua falce e la mia spada che s'incrocian alla pari. Or cedimi il passo e se non menti dicendomi d'aver pietà per il dolor d'un tal che tu chiami Eroe, lascia che continui il mio sentier e tu continua il tuo." La Morte allora, paziente come una madre che educa il frutto di sé, non proferì parola, ma mostrò l'ulteriore madornale differenza tra lei ed il Paladino, finanche così simile a lei. Aprì così le sue immense ali d'angelo ed iniziò a sbatterle provocando una tormenta poi le sue cinque figure si sdoppiarono nuovamente, come prima, nel pentacolo. Tutte s'avventaron contro di lui che, tuttavia, con il coraggio di chi ormai non teme più di morire, roteò nuovamente su se stesso, stavolta ripetutamente, con tutta la propria forza, sferrando gli stessi fendenti che avevano provocato il vortice di prima. Tutti vennero parati ma tutti incontrarono la Falce respingendola. "Rassegnati, Valentissimo Eroe. Non disponi delle ali che mi furon date per sovrastar lo Stige, il Cocito, Acheronte, Flegetonte e Lete o che mi dieder la possibilità d'arbitrare il Ragnarock. Non è più qui la tua Legione. Rassegnati, orsù, non già alla sconfitta ma al natural tramonto. Lascerai questo mondo senza alcuna onta" Questi, giocata ogni carta e compresa l'inutilità d'ogni sforzo o tentativo rispose: "Di te non bramo la Falce, e per tutte le Donne che ho avuto, il cui cuor ho posseduto, pulsante o meno, di te bramo l'oscuro seno. Prendi, orsù. La mia vita, ma offrimi di te l'oscuro abbraccio e l'oscuro bacio. In un'unione incestuosa e fatale In una congiunzione fra Titano e Mortale, mentre mi elevi nella tua oscura spirale, che mi condurrà nel sonno eterno. Per esso sopporterò di bruciar nel più caldo girone dell'Inferno, pagando per ogni atrocità compiuta. Purché della Morte la congiunzion io possa dir d'aver goduta. Porta con te la mia vita, Oscura Fata, tal è il motivo per cui m'è stata data. Fa del mio nome Leggenda, anche se questa sarà la mia ultima Guerra Eppur anch'essa combattuta per la mia Gente e la mia Terra. Questa sarà concimata con il mio sangue che, versandosi, il fuoco della mia battaglia estingue. Spargilo perché su di essa si decompongan le mie spoglie Spargilo perché si perdan nell'ultimo varcar dell'Aldilà le soglie." Udite quelle frasi urlate nella tormenta, la Morte, allor, alzò entrambe le braccia spogliando l'Eroe della sua armatura e facendo volar il sangue che gli colava dagli occhi così tingendogli il volto d'una vermigna maschera, poi lo strinse nel suo abbraccio, gli posò un bacio sulla tempia, freddo ma di sollievo come acqua di sorgente, e posò la sua testa sul suo seno carezzandogli i capelli, gli occhi ed il viso. Fermò il suo cuore, come delicatamente si ferma il pendolo placando i suoi brividi di freddo con quel tepor che un sol giorno della sua vita, prima che i suoi accoliti lo trovassero, gli diede la Speranza. Così la Morte si tolse il velo e scoprì quel volto che aveva assunto quando una donna gravida, accusata d'esser Strega, la invocò, offrendole la propria vita e tutta se stessa implorandola, da gravida, di salvarla da quelle segrete, almeno per il tempo necessario per mettere al mondo il figlio che attendeva. "Non sei cambiato, ma sei tanto cresciuto. Lascia che tua Madre... e la tua Madrina per l'ultima volta ti offrano il latte dell'oblio... E contentati d'un bacio d'amor contrastante di sentimenti materni e d'Amor senza sdegnarti di quel che è ormai un esser del tutto differente da quel che ti generò". Così si spense la vita di chi era nato nella maledizion d'un'era la cui oscurità certo era meno rassicurante d'una placida Notte. Così i cieli accolsero l'ultimo respir d'una Creatura che pria avea sposato la luce poi la tenebra della notte per poi pianger lacrime verminee per accoglier nuovamente la fioca luce della Speranza. Restò, tuttavia, in quelle valli, la leggenda e la diceria della battaglia dell'Eroe delle Valli Nordiche. Alcuni forestieri, prima di udir dai menestrelli di quella vicenda, giuraron d'aver scorto, nei boschi, quando l'Aurora Boreale/al crepuscolo, una figura di ghiaccio avvolta in un velo, con in braccio un uomo addormentato sotto il suo sguardo, fra le braccia di lei che gli donava un bacio e reggendogli la nuca come ad un bimbo le cui lacrime son arginate da un cuore materno. Ai piedi di quella scultura di mano inumana riferiron d'aver letto questo epitaffio: "Se lui ti ha liberata, se lui ti ha amata, lascia un fior sulla tomba del Guerriero e non dimenticar la sua vita. Se lui ti ha sostenuta, se lui ti ha difesa, lascia un fiore sulla tomba del Guerriero: quello che ti ha avvolta, nel suo manto nero, quando la tua vita era offuscata da un viscido liquame nero. Se lui ha arginato la diga delle tue lacrime, versane almeno una sulla tomba del Guerriero, perché non resti arida, e perché vi cresca una rosa nera, perché un petalo possa luccicar di rugiada in una notte di primavera. Se lui ti ha amata, se ti ha avvolta con il suo corpo, lascia un po' di tepor con la tua mano, ora che è morto: Ti ha donato il suo cuore, in una notte magica, dove c'era quasi la magia delle fate, nella nebbia e l'umidità, dove avete trovato la pace assieme dopo che vi era scorso il fuoco nelle vene. La morte, come tutti, non ha potuto vincere, né ha mai voluto combattere, ma le ha chiesto di essere pari perché lui potesse combattere tutte le battaglie che il tempo gli concedesse, che ha combattuto prima che morisse. Se segretamente ne sei stata innamorata, carezza la fredda pietra della tomba del Guerriero: magari il suo cuor a fatica si sarà fermato come il tuo, nel tener a freno quell'amor che non potevate viver, ma che ora vi potete confessare, ora che tu sei vecchia e lui è fantasma, saprà, dal suo sepolcro volgerti la man sulla guancia, ormai solcata dalle rughe, scorgendo il volto della giovinetta che ha ammirato silentemente e carezzar, con un soffio di vento, quei capelli che ora son bianchi ma che pria eran corvini. A nessun crea or disonor, l'aver amato e nutrito rispetto: ora potrete esser vicini in questo diverso letto. Nulla teme un autentico Guerriero che si è scagliato contro orde di nemici, contro altri che non impugnavan, come lui, l'arma della lucente Ragione, che brillava di contrasto con il suo manto oscuro come i suoi occhi e i suoi capelli, nulla che potesse riecheggiar tanto come il suo grido di battaglia che tutti faceva tremare... Quell'urlo chiamato Verità. Nulla teme, nemmeno la morte, considerato che il nome di chi ha agito nel giusto non muore. Nulla teme, al di fuori del morir solo e dimenticato da tutti, anche da coloro che un tempo ha difeso, prima di conoscere quella che è la maestosità del Regno di coloro che hanno affrontato la vita con Giustizia." "E così si chiude l'ultimo capitolo, di chi ha affrontato la Morte a viso aperto che ora riposa nel suo ultimo giaciglio. I suoi accoliti alzan un calice di vino, lo bevon fino all'ultima goccia e l'innalzan di nuovo in nome del defunto Guerrier che per sempre resterà Leggenda. Un sepolcro così bello or racchiude un uomo sereno... Sulla riva dello Stige attende di condurlo a ciò che c'è nell'Aldilà (...) la sua tomba viaggerà presto per queste acque... Esiste forse vision più maestosa delle silenziose fiamme i cui fumi raggiungon le stelle con l'Anime migranti? Nè l'Onor né i suoi Paladini temono alcuna spada... Né falce; Così alla lor caduta gli Dei aggiornan la pergamena dei nomi degli Eroi... Mentre noi ne urliamo il nome volgendoci al Regno dei Morti... e tra i singhiozzi mormoriamo: Addio, Fratello... Sino a che non ci vedremo di nuovo ove or sei tu. Frattanto ci consoliam col tuo ricordo or che non ci sei più"



Lo scritto che precede è di proprietà esclusiva del suo autore, ovvero l'Avv. Corrado Rubera. Tutti i diritti sono riservati, ad eccezione dell'immagine che è stata reperita su internet.

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