Cerca
  • avvcorradorubera

Il reato di negazionismo. Costituzionalità dell'aggravante prevista dall'art. 604 bis, 3° comma

I. Premesse sulla Costituzione Italiana e sulla normativa della CEDU.I.1. Principi di eguaglianza e di ragionevolezza.

Il principio di uguaglianza nell’esperienza repubblicana. - Per quanto riguarda la Costituzione italiana, il principio di uguaglianza è sancito e disciplinato all’art. 3 Cost., il cui co. 1, dopo aver proclamato il principio della pari dignità sociale dei cittadini – per cui, ad avviso della dottrina maggioritaria, sarebbero illegittime tutte le disposizioni che collegassero particolari distinzioni aventi rilievo sociale da circostanze indipendenti dalla capacità e dal merito – pone il principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge ed elenca una serie di divieti specifici di discriminazione (sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali). In ogni caso, è opinione diffusa che tale elenco non sia esaustivo, nel senso che vi possono essere violazioni del principio di uguaglianza anche di fuori di quei casi.

L'art. 3 della Costituzione, infatti, recita:

Tutti i cittadini hanno pari dignità e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”

Il principio di uguaglianza affonda le proprie radici nel costituzionalismo moderno e trova la sua affermazione sin nei primi documenti costituzionali del Settecento (Dichiarazione di Indipendenza U.S.A. 1776; artt. 1 e 6 Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino francese 1789; artt. 1 ss. Cost. Francia 1814; artt. 1 ss. Cost. Francia 1830; art. 6 Cost. Belgio 1831; art. 24 Statuto albertino; art. IV Premabolo e art. 10 Cost. Francia 1848; art. 137 Cost. Francoforte 1849; art. 109 Cost. Germania 1919; art. 3 Legge fondamentale Germania 1949; artt. 9 e 14 Cost. Spagna 1978; art. 8 Cost. Svizzera 1999), anche se le sue prime teorizzazioni risalgono già all’antica Grecia. Con il definitivo ripudio della società distinta in ceti si afferma, infatti, il principio fondamentale che la nascita non possa essere una fonte di privilegi: in virtù del principio di uguaglianza, dunque, tutti i cittadini sono soggetti alla stessa legge, generale e astratta, e non sono ammissibili discriminazioni fondate sulle loro condizioni personali. (cfr. Enciclopedia Treccani al seguente indirizzo: http://www.treccani.it/enciclopedia/principio-di-uguaglianza/ ).

Tradizionalmente, in tutti i manuali di diritto moderni (Es. Manuale di diritto penale - Parte Generale 2020. di: Francesco Caringella, Francesca Della Valle, Michele De Palma. DIKE GIURIDICA ; Manuale di diritto penale. Parte generale di Roberto Garofoli NEL DIRITTO EDITORE), l'art. 14 della Convenzione Europea dei Diritti Umani viene indicato quale norma a carattere sovranazionale vigente in tutti gli Stati facenti parte della Comunità Europea.Tale norma, espressamente, dispone:

ARTICOLO 14 CEDUDivieto di discriminazioneIl godimento dei diritti e delle libertà riconosciuti nella presente Convenzione deve essere assicurato senza nessuna discriminazione, in particolare quelle fondate sul sesso, la razza, il colore, la lingua, la religione, le opinioni politiche o quelle di altro genere, l’origine nazionale o sociale, l’appartenenza a una minoranza nazionale, la ricchezza, la nascita od ogni altra condizione.

Tali norme sono acquisizioni, nel corso della Storia, prima sottratte alla cittadinanza e, poi, definitivamente acquisite quali cespiti patrimoniali inalienabili degli Ordinamenti Democratici moderni.

Strettamente connesso al principio di eguaglianza è il principio di ragionevolezza.L’emergere della ragionevolezza come limite generale della legislazione si ricollega alla perdita di centralità della legge e dalla sua sostituzione ad opera della Costituzione come fonte suprema del diritto (Fonti del diritto).In particolare, il giudizio di ragionevolezza testimonia il ruolo sempre più forte svolto dai principi costituzionali: attraverso le nuove tecniche di giudizio, come il bilanciamento costituzionale, infatti, i principi costituzionali finiscono per incidere significativamente sulla discrezionalità politica del legislatore.

In virtù dello scrutinio di ragionevolezza, il sindacato giurisdizionale sulle leggi non investe più solo la legittimità, ma anche il merito delle scelte legislative.

Per quanto riguarda la giurisprudenza costituzionale, sin dalle sue prime sentenze il giudizio di ragionevolezza è stato ancorato al principio di uguaglianza e, dunque, all’art. 3 Cost., verificandosi così, in primo luogo, se le differenziazioni introdotte in sede di disciplina legislativa siano compatibili con tale principio, se cioè il legislatore abbia trattato in modo diseguale soggetti (e/o fattispecie) uguali o in modo uguale casi diversi.In particolare, partendo dall’uguaglianza come presunzione di non arbitrarietà, il giudice costituzionale ha iniziato a parlare, a seconda dei casi, di ragionevolezza o di irragionevolezza della disciplina legislativa, suscitando le critiche, ad esempio, di C. Esposito, secondo il quale la Corte non avrebbe potuto sostituirsi al legislatore.

Nei decenni successivi, la Corte costituzionale italiana è andata ancora oltre ed ha iniziato ad ampliare lo scrutinio di ragionevolezza, sganciandolo dal principio di uguaglianza, e dichiarando incostituzionale una disposizione, o un'interpretazione della norma stessa, non più in virtù dell’art. 3, co. 1, Cost., ma perché irragionevole tout court. (Enciclopedia Treccani, voce “Principio di ragionevolezza”http://www.treccani.it/enciclopedia/ragionevolezza-delle-leggi/ ).Qual è, quindi, il senso del principio di ragionevolezza? Secondo la migliore dottrina Costituzionale (Istituzioni di diritto pubblico Italiano 11 gennaio 2018 di Paolo Barile, Enzo Cheli, Stefano Grassi), il principio di ragionevolezza risiede nella disciplina, conformemente all'art. 14 della CEDU, di situazioni uguali in maniera uguali e di situazioni diverse in maniera ragionevolmente differente. (in un esempio rappreentato nell'opera ultima citata, in materia di eguaglianza sessuale, è ragionevole ritenere che una donna non possa svolgere il ruolo di guardia carceraria in un carcere maschile e un uomo non possa svolgere il ruolo di nutrice per assenza di produzione di latte materno).


I.1. Libertà di manifestazione del pensiero.

La libertà di esprimere le proprie convinzioni e le proprie idee è una delle libertà più antiche, rivendicata dai primi scrittori cristiani nel corso del II-III secolo e, successivamente, durante i conflitti tra cattolici e protestanti (XVI-XVII secolo). D’altra parte, essa è stata sollecitata anche dai grandi teorici della libertà di ricerca scientifica (basti pensare a Cartesio o a Galileo) e della libertà politica (ad esempio, Milton), nonché, successivamente, dagli stessi filosofi del XVIII e del XIX secolo (Voltaire, Fichte, Bentham, Stuart Mill).Va detto, comunque, che soltanto in alcuni documenti costituzionali si parla di libertà di manifestazione del pensiero (art. 8 Cost. Francia 1848; art. 21 Cost.), laddove in altri testi si preferisce utilizzare l’espressione libertà di opinione (art. 11 Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino francese 1789; art. 8 Cost. Francia 1814; art. 7 Cost. Francia 1830; tit. VI, art. IV, par. 143, Cost. Francoforte 1849; art. 118 Cost. Germania 1919; art. 5 Legge fondamentale Germania 1949; art. 20 Cost. Spagna 1978; art. 16 Cost. Svizzera 1999), libertà di parola (I emendamento Cost. U.S.A. 1787) o libertà di stampa (art. 18 Cost. Belgio 1831; art. 28 Statuto albertino).Per quanto riguarda l’esperienza italiana, la libertà di manifestazione del pensiero si colloca quasi a metà tra le libertà individuali e le libertà collettive, nel senso che la ragione della sua tutela risiede sia nell’interesse individuale di testimoniare i propri convincimenti, sia nell’interesse generale al progresso in qualunque campo attraverso il libero confronto delle varie opinioni.Alcuni studiosi – ad esempio, C. Esposito – ne hanno sottolineato il carattere di diritto individuale, laddove altri – ad esempio, C. Mortati – ne hanno enfatizzato il carattere funzionale.La libertà di manifestazione del pensiero è stata definita dalla giurisprudenza costituzionale come la «pietra angolare dell’ordine democratico», in quanto «condizione del modo di essere e dello sviluppo della vita del Paese in ogni suo aspetto culturale, politico, sociale».Secondo la stessa Corte costituzionale, essa consisterebbe nella libertà di dare e divulgare notizie, opinioni e commenti.Di conseguenza, nella libertà di libertà di manifestazione del pensiero non rientra solo la c.d. libertà di opinione, ma anche la c.d. libertà di cronaca.La dottrina ha poi sostenuto che l’art. 21 Cost. protegge anche il c.d. diritto al silenzio, cioè il diritto di non manifestare opinioni o commenti su un fatto, sulla base della giurisprudenza costituzionale, che ha riconosciuto un diritto di non rivelare le proprie convinzioni.Si riporta qui il testo dell'art. 21 della Costituzione.

Articolo 21

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure .Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell'autorità giudiziaria [cfr. art.111 c.1] nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l'indicazione dei responsabili.In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell'autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all'autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s'intende revocato e privo d'ogni effetto.La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica.Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.

Così come il principio di uguaglianza è sorretto dagli artt. 3 della Costituzione e 14 della CEDU, anche la libertà di manifestazione del pensiero, o di opinione che dir si voglia, è sorretta da un contraltare normativo sovranazionale, ovvero l'art. 9 della Convenzione Europea dei Diritti Umani.Se ne riporta di seguito il testo e si sottolineano i tratti più salienti.

ARTICOLO 9 CEDU Libertà di pensiero, di coscienza e di religioneOgni persona ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, così come la libertà di manifestare la propria religione o il proprio credo individualmente o collettivamente, in pubblico o in privato, mediante il culto, l’insegnamento, le pratiche e l’osservanza dei riti.2. La libertà di manifestare la propria religione o il proprio credo non può essere oggetto di restrizioni diverse da quelle che sono stabilite dalla legge e che costituiscono misure necessarie, in una società democratica, alla pubblica sicurezza, alla protezione dell’ordine, della salute o della morale pubblica, o alla protezione dei diritti e della libertà altrui.

A parere di chi scrive l'inciso “morale pubblica” trova il suo equivalente nel “buon costume” come menzionato nella Costituzione essendo, invece, da escludere che tale frase abbia analogo rilievo alla Legge Nazista in cui, al suo secondo paragrafo, si penalizzavano reati che offendono il “sano sentimento popolare”.


II. Le condotte previste dall'art. 3 dell'abrogata Legge 13 Ottobre 1975 n. 654 (Legge Mancino) prima dell'aggiunta del comma 3 bis della Legge 16 giugno 2016, n. 115 e loro trasposizione nell'attuale art. 604 bis c.p., commi 1° e 2°

L'art. 3 della Legge citata sopra disponeva:

Art. 3. Discriminazione, odio o violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi Salvo che il fatto costituisca piu' grave reato, ai fini dell'attuazione della disposizione dell'articolo 4 della convenzione [CONVENTION INTERNATIONALE SUR L'ELIMINATION DE TOUTES LES FORMES DE DISCRIMINATION RACIALE del 7/1/1976], e' punito con la reclusione da uno a quattro anni:

a) chi diffonde in qualsiasi modo idee fondate sulla superiorita' o sull'odio razziale;

b) chi incita in qualsiasi modo alla discriminazione, o incita a commettere o commette atti di violenza o di provocazione alla violenza, nei confronti di persone perche' appartenenti ad un gruppo nazionale, etnico o razziale.

E' vietata ogni organizzazione o associazione avente tra i suoi scopi di incitare all'odio o alla discriminazione razziale.

Chi partecipi ad organizzazioni o associazioni di tal genere, o presti assistenza alla loro attivita', e' punito per il solo fatto della partecipazione o dell'assistenza, con la reclusione da uno a cinque anni. Le pene sono aumentate per i capi e i promotori di tali organizzazioni o associazioni.


Come detto, la norma è stata abrogata ad opera dall'art. 2 del D. Lgs. 01/03/2018, n. 21 concernente "Disposizioni di attuazione del principio di delega della riserva di codice nella materia penale a norma dell'articolo 1, comma 85, lettera q), della legge 23 giugno 2017, n. 103", con decorrenza dal 06/04/2018.

Si riporta di seguito il testo della nuova norma in cui è andata a confluire la precedente fattispecie normativa.


Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito:

a) con la reclusione fino ad un anno e sei mesi o con la multa fino a 6.000 euro chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull'odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi;

b) con la reclusione da sei mesi a quattro anni chi, in qualsiasi modo, istiga a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.

È vietata ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l'incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Chi partecipa a tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi, o presta assistenza alla loro attività, è punito, per il solo fatto della partecipazione o dell'assistenza, con la reclusione da sei mesi a quattro anni. Coloro che promuovono o dirigono tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da uno a sei anni.


Dalla comparazione della vecchia e della nuova formulazione delle due norme, appare evidente che il Legislatore abbia voluto variegare il regime sanzionatorio di condotte fra loro disomogenee.

La Legge Mancino prevedeva la reclusione da uno a quattro anni sia per la diffusione delle idee ivi descritte, sia per chi incita in qualsiasi modo alla discriminazione, o incita a commettere o commette atti di violenza o di provocazione alla violenza, nei confronti di persone perche' appartenenti ad un gruppo nazionale, etnico o razziale.

La nuova norma codicistica attualmente vigente prevede,

- alla lettera a) la reclusione fino ad un anno e sei mesi e la multa fino a 6.000 euro per chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull'odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi

- alla lettera b) la reclusione da sei mesi a quattro anni per chi, in qualsiasi modo, istiga a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.


Circa le fattispecie associative, anche in questo caso, è stato modificato ed attenuato il relativo regime sanzionatorio (ed è stata introdotta anche una pena edittale più precisa per i promotori), tuttavia è stato ampliato il ventaglio dei fatti penalmente rilevanti.


Secondo l'art. 604 bis c.p., infatti, è vietata non solo ogni organizzazione ed associazione, ma anche ogni e qualsivoglia movimento o gruppo avente tra i propri scopi l'incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.

Chi partecipa a tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi, o presta assistenza alla loro attività, è punito, per il solo fatto della partecipazione o dell'assistenza, con la reclusione da sei mesi a quattro anni. Coloro che promuovono o dirigono tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da uno a sei anni.


Evidentemente, la norma in oggetto rappresenta un limite, alla manifestazione del pensiero riconducibile all'ultimo comma dell'articolo 21 e il comma 2 dell'articolo 9 della CEDU), nonché alla libertà di associazione previsto dall'art. 18 della Costituzione e dall'art. 11 della CEDU. Tralasciando la scelta dello strumento del diritto penale tra quelli disponibili per legiferare in questa materia, certo discutibile, (in quanto i reati di opinione sono appannaggio del vecchio regime totalitario), è importante interrogarsi, per una corretta interpretazione ed applicazione, sul bene giuridico tutelato dalla disposizione di legge.


II.1 Il BENE GIURIDICO TUTEALATO DALLA NORMA IN ESAME

Si è molto discusso di quale sia il bene giuridico protetto dalle disposizioni che sanzionano gli atti discriminatori, nelle loro varie forme.Emblematica, a questo riguardo, è la vicenda processuale che vide protagonisti alcuni dirigenti veronesi della Lega Nord, condannati dal locale tribunale con sentenza in data 2/12/2004 per avere raccolto firme (in vista di una petizione popolare) e diffuso manifesti con i quali si sollecitava l’amministrazione cittadina ad espellere i rom e a smantellare i loro insediamenti irregolari dal territorio scaligero; l’ipotesi accusatoria, poi recepita nella sentenza di condanna, era che essi avessero “diffuso idee fondate sulla superiorità e sull’odio razziale ed etnico ed incitato i pubblici amministratori competenti a commettere atti di discriminazione per motivi razziali ed etnici e conseguentemente creato mediante la richiesta di adesione in forma diffusa all’iniziativa discriminatoria da loro patrocinata, un concreto turbamento della coesistenza pacifica dei vari gruppi etnici nel contesto sociale al quale il messaggio era indirizzato”.Nei successivi gradi di giudizio la sentenza veniva sostanzialmente ribaltata: sia in appello che in cassazione interveniva infatti l’assoluzione per l’incitamento ad attidiscriminatori riferito al provvedimento richiesto agli amministratori del comune di Verona con la petizione popolare; e, mentre in appello veniva confermata la condanna per la diffusione (nel frattempo divenuta, legislativamente, “propaganda”) di idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, la Suprema corte annullava la condanna con rinvio, sollecitando ai giudici incaricati di riesaminare la vicenda di “indicare la ragione per la quale, nonostante l’assoluzione dal delitto di istigazione a commettere atti discriminatori, oramai definitiva, permanga la responsabilità per la propaganda di idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale (Cass. pen., sez. III, 13/12/2007, Bragantini e altri.”.I giudici del rinvio confermavano la condanna per la propaganda di idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale.Sotto il profilo dell’interesse giuridico protetto, mentre l’originaria sentenza del Tribunale veronese lo indicava nella pubblica tranquillità e nella pacifica convivenzafra le diverse etnie presenti sul territorio, negli altri gradi di giudizio il bene giuridicoprotetto veniva individuato nella dignità umana. In particolare, la Cassazioneprecisava che il bene giuridico protetto “non è costituito dall’ordine pubblico, il quale ha rilevanza indiretta, ma dalla tutela della dignità umana come risulta dalla nozione di discriminazione recepita dall’ articolo 2 del decreto legislativo n. 215 del 2003 nel quale si fa esplicito riferimento alla dignità della persona”.La Corte di appello di Venezia, nella sentenza conclusiva del giudizio di rinvio, puntualizzava che la lesione della dignità umana nasceva, nella specie, dal ritenere gli zingari immeritevoli di permanere in quanto tali nel territorio comunale, e ciò poneva in gioco un’accezione della dignità umana che veniva lesa, nella specie, sotto il profilo della convinzione che vi siano razze umane superiori ad altre (C. Appello Venezia, Sez. X, 20/10/2008, inedita. L’intera vicenda è ricostruita da C. VISCONTI, Il reato di propaganda razzista tra dignità umana e libertà di espressione, pp. 193 ss.) Che, secondo dottrina e giurisprudenza maggioritarie, il bene giuridico protetto dalle norme incriminatrici in tema di discriminazione sia la dignità dell’uomo, appare ormai sufficientemente chiaro, anche perché è su questa base che viene correntementeoperato il bilanciamento fra beni di rilievo costituzionale – da un lato quello della libertà di manifestazione del pensiero ex art. 21 Cost.; dall’altro quello della pari dignità degli uomini ex art. 3 Cost (https://archiviodpc.dirittopenaleuomo.org/upload/1412690237PAVICH-BONOMI_2014.pdf)

Conclusivamente, si noti che la disposizione sopra trascritta NON OPERA ALCUNA DISTINZIONE VERSO DETERMINATI GRUPPI ETNICI E, PERTANTO, PUR NELLA SUA SEVERITA', PUO' RITENERSI CONFORME AL DETTATO COSTITUZIONALE E LE NORME SOVRANAZIONALI EQUIVALENTI.


III. L'introduzione del comma 3 bis, la sua ultima modifica ad opera della Legge 12 dicembre 2017, della legge europea 2017 (l. 20 novembre 2016, n. 167, “Disposizioni per l’adempimento degli obblighi derivanti dall’ appartenenza dell’Italia all’Unione europea” e la sua trasposizione nell'art. 604 bis c.p., 3° comma.

N.B. Le osservazioni che seguono non vogliono essere una vuota critica verso una minoranza etnica ovvero una legittimazione a commettere i fatti previsti dalla norma in commento, ma costituiscono libera analisi tecnico – giuridica della norma in esame sulla compatibilità con i principi fondamentali sin qui esaminati e contenuti nella Costituzione Italiana e della CEDU.

Per amore di sintesi, ci si soffermerà qui sul testo ultimo aggiornato ad oggi del comma 3 bis rinviando ad altre fonti per la cronistoria normativa.

All'articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, e successivemodificazioni, dopo il comma 3 e' aggiunto il seguente: «3-bis. Si applica la pena della reclusione da due a sei anni se la propaganda ovvero l'istigazione e l'incitamento, commessi in modo che derivi concreto pericolo di diffusione, si fondano in tutto o in parte sulla negazione sulla minimizzazione in modo grave o sull'apologia della Shoah o dei crimini di genocidio, dei crimini contro l'umanita' e dei crimini di guerra,come definiti dagli articoli 6, 7 e 8 dello statuto della Corte penale internazionale, ratificato ai sensi della legge 12 luglio 1999, n. 232».

Come è facile notare, tale disposizione normativa estende l'area delle condotte penalmente rilevanti, così come delineate nel comma 3 dell'art. 3 della stessa Legge e, alla regola generale analizzata nel precedente paragrafo ed aggiunge un'aggravante ad effetto speciale con un netto aumento di pena.

La disposizione in oggetto è stata del tutto copiata dall'abrogata Legge Mancino e spostata nell'attuale terzo comma dell'art. 604 bis c.p.

Non vi è stata, quindi, successione di leggi nel tempo ex art. 2 c.p. nel passaggio da una Legge speciale al Codice penale essendo immutata la formulazione e il relativo regime sanzionatorio.

In questa sede, quindi, si farà riferimento alla disposizione così come riportata nella vecchia e nella nuova sede normativa.

Dal tenore letterale della norma, quindi, anche la “grave minimizzazione dello Shoha”, se alla base dell'ideologia dell'associazione, viene equiparata all'ipotesi della propaganda, istigazione ed incitamento di:crimini di genocidio, crimini contro l'umanita' dei crimini di guerra, come definiti dagli articoli 6, 7 e 8 dello statuto della Corte penale internazionale, ratificato ai sensi della legge 12 luglio 1999, n. 232.

Tali sono, secondo gli artt. 6-7-8 dello Statuto della Corte penale Internazionale (per amore di sintesi, si ometteranno alcune parti non necessarie all'analisi qui condotta):

Articolo 6 Crimine di genocidio[,,,], per crimine di genocidio s'intende uno dei seguenti atti commessi nell'intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso,e precisamente:a) uccidere membri del gruppo; b) cagionare gravi lesioni all'integrità fisica o psichica di persone appartenenti al gruppo; sottoporre deliberatamente persone appartenenti al gruppo a condizioni di vita tali da comportare la distruzione fisica, totale o parziale, del gruppo stesso; d) imporre misure volte ad impedire le nascite in seno al gruppo;e) trasferire con la forza bambini appartenenti al gruppo ad un gruppo diverso;

Articolo 7 Crimini contro l'umanità

1. Ai fini del presente Statuto, per crimine contro l'umanità s'intende uno degli atti di seguito elencati, se commesso nell'ambito di un esteso o sistematico attacco contro popolazioni civili, e con la consapevolezza dell'attacco:a) Omicidio; b) Sterminio; c) Riduzione in schiavitù;d) Deportazione o trasferimento forzato della popolazione;e) Imprigionamento o altre gravi forme di privazione della libertà personale in violazione di norme fondamentali di diritto internazionale;f) Tortura;g) Stupro, schiavitù sessuale, prostituzione forzata, gravidanza forzata, sterilizzazione forzata e altre forme di violenza sessuale di analoga gravità;h) Persecuzione contro un gruppo o una collettività dotati di propria identità, inspirata da ragioni di ordine politico, razziale, nazionale, etnico, culturale, religioso o di genere sessuale ai sensi del paragrafo 3, o da altre ragioni universalmente riconosciute come non permissibili ai sensi del diritto internazionale, collegate ad atti preveduti dalle disposizioni del presente paragrafo o a crimini di competenza della Corte;i) Sparizione forzata delle persone;j) Apartheid;k) Altri atti inumani di analogo carattere diretti a provocare intenzionalmente grandi sofferenze o gravi danni all'integrità fisica o alla salute fisica o mentale.[Omissis]Articolo 8 Crimini di guerra 1.[Omissis]2. [,,,], si intende per «crimini di guerra»:a) gravi violazioni della Convenzione di Ginevra del 12 agosto 1949, vale a dire uno dei seguenti atti posti in essere contro persone o beni protetti dalle norme delle Convenzioni di Ginevra:i) omicidio volontario;ii) tortura o trattamenti inumani, compresi gli esperimenti biologici;iii) cagionare volontariamente grandi sofferenze o gravi lesioni all'integrità fisica o alla salute;iv) distruzione ed appropriazione di beni, non giustificate da necessita militari e compiute su larga scala illegalmente ed arbitrariamente;v) costringere un prigioniero di guerra o altra persona protetta a prestare servizio nelle forze armate di una potenza nemica;vi) privare volontariamente un prigioniero di guerra o altra persona protetta del suo diritto ad un equo e regolare processo;vii) deportazione, trasferimento o detenzione illegale;viii) cattura di ostaggi.b) Altre gravi violazioni delle leggi e degli usi applicabili, all'interno del quadro consolidato del diritto internazionale, nei conflitti armati internazionali, vale a dire uno dei seguenti atti:i) dirigere deliberatamente attacchi contro popolazione civili in quanto tali o contro civili che non prendano direttamente parte alle ostilità;ii) dirigere deliberatamente attacchi contro proprietà civili e cioè proprietà che non siano obiettivi militari; . iii) dirigere deliberatamente attacchi contro personale, installazioni materiale, unità o veicoli utilizzati nell'ambito di una missione di soccorso umanitario o di mantenimento della pace in conformità della Carta delle Nazioni Unite, nella misura in cui gli stessi abbiano diritto alla protezione accordata ai civili ed alle proprietà civili prevedute dal diritto internazionale dei conflitti armati;iv) lanciare deliberatamente attacchi neIIa consapevolezza che gli stessi avranno come conseguenza la perdita di vite umane tra la popolazione civile, e lesioni a civili o danni a proprietà civili ovvero danni diffusi, duraturi e gravi all'ambiente naturale che siano manifestamente eccessivi rispetto all'insieme dei concreti e diretti vantaggi militari previsti;v) attaccare o bombardare con qualsiasi mezzo, città, villaggi, abitazioni o costruzioni che non siano difesi e che non costituiscano obiettivi militari;vi) uccidere o ferire combattenti che, avendo deposto le armi o non avendo ulteriori mezzi di difesa, si siano arresi senza condizioni;vii) fare uso improprio della bandiera bianca, della bandiera o delle insegne militari e dell'uniforme del nemico o delle Nazioni Unite nonché degli emblemi distintivi della Convenzione di Ginevra, cagionando in tal modo la perdita di vite umane o gravi lesioni personali;viii) il trasferimento, diretto o indiretto, ad opera della potenza occupante, di parte della propria popolazione civile nei territori occupati o la deportazione o il trasferimento di tutta o di parte della popolazione del territorio occupato all'interno o all'esterno di tale territorio;ix) dirigere intenzionalmente attacchi contro edifici dedicati al culto, all'educazione, all'arte, alla scienza o a scopi umanitari, a monumenti storici, a ospedali e luoghi dove sono riuniti i malati ed i feriti, purché tali edifici non siano utilizzati per fini militari;x) assoggettare coloro che si trovano in potere del nemico a mutilazioni fisiche o ad esperimenti medici o scientifici di qualsiasi tipo, non giustificati da trattamenti medici delle persone coinvolte né compiuti ne; loro interesse, che cagionano la morte di tali persone o ne danneggiano gravemente la salute;xi) uccidere o ferire a tradimento individui appartenenti alla nazione o all'esercito nemico;xii) dichiarare che nessuno avrà salva la vita;xiii) distruggere o confiscare beni del nemico, a meno che la confisca o la distruzione non siano imperativamente richieste dalle necessità della guerra;xiv) dichiarare aboliti, sospesi od improcedibili in giudizio diritti ed azioni dei cittadini della nazione nemica;xv) costringere i cittadini della nazione nemica, anche se al servizio del belligerante prima dell'inizio della guerra, a prendere parte ad operazioni di guerra dirette contro il proprio paese;xvi) saccheggiare città o località, ancorché prese d'assalto;xvii) utilizzare veleno o armi velenose;xviii) utilizzare gas asfissianti, tossici o aItri gas simili e tutti i liquidi, materiali e strumenti analoghi;[Omissis]

Sul piano dell'eguaglianza e della ragionevolezza, i comportamenti elencati negli artt. 6-7-8 dello Statuto della Corte Penale Internazionale appaiono nettamente più gravi se alla base delle condotte della Legge 13 Ottobre 1975 n. 654.Ciò in quanto lo Shoha, pure essendo un GRAVISSIMO PRECEDENTE STORICO DELLE VICENDE UMANE PASSATE, COSTITUISCE, AD OGGI (FORTUNATAMENTE), UN EVENTO PASSATO E DEL TUTTO ESAURITO.Viceversa, l'istigazione, l'apologia o la propaganda delle condotte contenute nel lungo elenco qui tracciato che, a seguito del comportamento sanzionato, rischierebbero di essere compiute NEL PRESENTE O NEL FUTURO E AI DANNI DI UN QUALSIASI GRUPPO ETNICO SONO EQUIPARATE AL SUDDETTO FENOMENO PASSATO. CIO' ANCHE SUL PIANO SANZIONATORIO.Corollario della precedente osservazione è che il disvalore e il concreto pericolo di diffusione, previsti dalla norma, rappresentino una minaccia BEN SUPERIORE per ogni gruppo etnico destinatario e/o oggetto delle condotte istigate, propagandate o di cui si cerca giustificazione pubblicamente ove riguardino i fatti, pur comuni allo Shoha, ed elencati nei numeri 6-7-8 dello Statuto della Corte Penale Internazionale.Detta norma, poi, si pone in palese contrasto con il principio di uguaglianza e di ragionevolezza, poi, equiparando la minimizzazione di un momento storico, all'istigazione/apologia/propaganda verso un ipotetico (e futuro) Shoha. addirittura contraddicendo se stessa ponendo sullo stesso piano condotte DRASTICAMENTE diverse ed applicandovi lo stesso trattamento sanzionatorio.La norma, poi, nel suo tenore letterale, contrariamente ai dettami di una legislazione volta verso tutti e a tutela di tutti (cittadini e stranieri), IMPONE UN DETERMINATO CREDO, PENA LA RECLUSIONE.Tale credo viene imposto dietro la minaccia di una pena severa, per una condotta descritta in maniera alquanto vaga con palese violazione, anche, del principio di determinatezza/tassatività/precisione della norma penale (Su cui si rinvia a qualunque manuale di diritto penale in commercio), facendo anche rinvio a un altro testo legislativo di rango inferiore. Ciò in palese contrasto con l'art. 25 della Costituzione nonché del principio di offensività del comportamento penalizzato.


IV. CONCLUSIONI

L'introduzione nel nostro Ordinamento del reato di negazionismo con la modifica della Legge Mancino e la sua riproduzione nell'art. 604 bis, comma 3° c.p. solleva non poche perplessità: a) sul piano dell’opportunità della scelta politico-criminale b) sul piano tecnico-formale.


a) Sotto il primo profilo non possono sfuggire, anche considerato che il pensiero negazionista in Italia è espressione, secondo gli studiosi, di una sparuta minoranza (v. Germinario, Negazionismo in Italia, in Dizionario dell’Olocausto, Torino, 2004, 503-507), i rischi di contrasto con le libertà di manifestazione del pensiero (art. 21 Cost.) e di ricerca scientifica (art. 33 Cost.), stante, in particolare, la difficoltà di distinguere con sufficiente rigore tra negazione e revisione di un fatto storico.

E' assai discutibile, inoltre, la scelta del legislatore che, forse preoccupato dall’esigenza, in sé lodevole, di tutelare le vittime di tutti i crimini internazionali (non solo di quelli riconosciuti), ha, infine, espunto la clausola limitativa di responsabilità che richiedeva il previo riconoscimento internazionale del fatto storico oggetto di negazione.Se è vero che tale previsione ingenera attriti con il principio di pari tutela dei gruppi umani, è altresì incontrovertibile che la stessa avrebbe potuto sortire l’effetto positivo di delimitare in modo più nitido lo spazio di rilevanza penale delle condotte punibili.


b) Passando al secondo profilo, occorre segnalare che la norma penale contro il negazionismo poteva essere scritta meglio, al fine di evitare tensioni, invero piuttosto evidenti nel testo vigente, con il principio di precisione descrittiva e di pregnanza del fatto, parte irrinunciabile del nullun crimen sine lege e strumento di garanzia sostanziale dai rischi dell’arbitrio giudiziario.In secondo luogo, e sempre con riferimento agli aspetti tecnico-formali, la scelta di punire il negazionismo poteva essere più opportunamente declinata prevedendo semmai, così come aveva chiaramente indicato la stessa Corte EDU in Perinçek, in adesione con la sentenza Varela Geis della Tribunal Constitucional de España del 2007, che non sia rilevante qualsiasi discorso negazionista, ma esclusivamente quello che persegue il fine di giustificare un genocidio, un crimine contro l’umanità o un crimine di guerra.Tale criterio, ancorché disatteso dal legislatore nostrano, si auspica possa essere adottato, pur con grandi “acrobazie” interpretative dai tecnici del diritto, quale requisito irrinunciabile per l’applicazione della norma contenuta nell'art. 3, co. 3-bis, l. n. 654/1975 e del 3° comma dell'art. 604 bis c.p.. Pena la sua illegittimità costituzionale, per violazione degli artt. 3, 21, 25 Cost. nonché delle disposizioni corrispondenti della Convenzione Europea dei Diritti Umani.


V. APPLICAZIONI GIURISPRUDENZIALI SOTTO LA VIGENZA DELLA LEGGE MANCINO.

Si segnala al seguente link (http://www.questionegiustizia.it/stampa.php?id=1501) un'applicazione giurisprudenziale, moderata e garantista, della Legge Mancino ad opera del Tribunale di Vercelli del 24 Maggio 2017 di cui, di seguito, si riportano i principali passi tratti dal sito ultimo citato. Pur se la sentenza riguarda la vecchia formulazione della norma, ovvero quella dell'art. 3 della Legge Mancino, anche sotto la vigenza dell'art. 604, commi 1° e 2° possono valerne i principi essendo analoghe le condotte previste dalla vecchia e dalla nuova norma.


Con la sentenza in oggetto, il Tribunale ha assolto due attivisti dall’area antagonista locale dall’imputazione del reato di cui all’articolo 3, comma 1, letta), della l. n. 654/1975 (legge Mancino), contestata loro per avere appeso alla cancellata della Sinagoga di Vercelli un drappo con la scritta #STOP BOMBING GAZA ISRAELE ASSASSINI FREE PALESTINE”. La nota, ripercorrendo l’iter motivazionale della sentenza, illustra come sia stata decisiva la ricostruzione del contesto politico in cui si sono svolti i fatti. Nell'estate del 2014, infatti, era in corso una campagna militare delle Forze di difesa israeliane contro i guerriglieri palestinesi di Hamas, in cui sono rimasti uccisi più di duemila civili, fra cui centinaia di bambini.


Con la sentenza in commento, resa il 24 maggio 2017, il Tribunale di Vercelli in composizione monocratica ha avuto modo di affrontare un interessante caso di applicazione della cosiddetta Legge Mancino (Legge n. 654 del 1975, modificata nel 1993 su proposta dell’allora Ministro dell’interno Mancino), in particolare dell’art. 3, comma primo, letteraa): ciò è a dire la fattispecie di propaganda di idee fondate sull’odio razziale o etnico.


Il processo – che ha avuto una certa risonanza a livello locale soprattutto per la costituzione di parte civile della Comunità Ebraica di Vercelli, Biella, Novara e Verbano Cusio Ossola – non ha presentato alcuna difficoltà in ordine alla ricostruzione del fatto e alla sua ascrivibilità ai due imputati, che ne hanno immediatamente ammesso – anzi,rivendicato– la paternità con una dichiarazione congiunta letta all’apertura del dibattimento.


Il bilancio ufficiale delle vittime dell’operazione, a Gaza, si è poi attestato tra le 2.125 e le 2.310 vittime, tra cui 495-578 bambini, ai quali si aggiungono 5 civili uccisi dall’esplosione di un ordigno israeliano durante uno sminamento: tra queste, il videoreporter italiano Simone Camilli.


È quindi stato fin da subito evidente che la protesta dei due imputati non fosse rivolta genericamente contro il popolo israeliano in quanto popolo ebraico, bensì contro la politica militare israeliana: e infatti l’istruttoria ha altresì toccato (testi B*** e H***) il tema generale della differenza tra antisionismo ed antisemitismo, e dell’esistenza di posizioni contrarie allo stato di Israele diffuse anche tra gli stessi cittadini israeliani e in molte comunità ebraiche europee.


La connotazione politica, e non strettamente etnica o religiosa, della condotta non vale tuttavia a distrarla aprioristicamente dall’area del “penalmente rilevante”, in quanto può certamente darsi che proprio motivazioni squisitamente politiche stiano alla base di un sentimento di ostilità e avversione nei confronti di un intero popolo, la cui comunicazione all’esterno nelle forme dell’istigazione o della propaganda, ben può integrare, consequenzialmente, il precetto penale (si veda, ad esempio, proprio sul concetto di propaganda, Cass. Sez. 1, Sentenza n. 10779 del 12/05/1986, Rv. 173926, secondo la quale concreta il reato di propaganda sovversiva l’azione di colui che, in qualsiasi modo e con qualsiasi mezzo di diffusione, ponga a conoscenza di un numero indeterminato di persone idee, propositi ed apprezzamenti di ordine sociale o politico idonei, per la loro concretezza e specificità, a provocare un effettivo e concreto pericolo di adesione alle idee, alle tesi ed ai propositi propagandati).

La soluzione, dunque, non poteva (e non può) che essere quella di un attento contemperamento della libertà di manifestazione del pensiero e di espressione – diritto tutelato alle più alte vette della gerarchia delle fonti (articolo 21 della Costituzione; articolo 10 della Convenzione per la salvaguardia dei Diritti dell’uomo; articolo 11 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea) – in vista della protezione del “bene giuridico” sotteso alla fattispecie in scrutinio.

Si è molto discusso, al riguardo, sulla reale oggettività giuridica delle disposizioni penali che sanzionano gli atti discriminatori, ed è ormai opinione largamente diffusa in dottrina, e condivisa dalla giurisprudenza, che il “bene giuridico” protetto dalle norme incriminatrici in tema di discriminazione sia la dignità dell’uomo in sé; e che, quindi, il bilanciamento si giochi fra beni di rilievo costituzionale: la libertà di manifestazione del pensiero da un lato e la pari dignità di tutti gli uomini dall’altro: là dove a essa − alla dignità umana appunto – si trovano riferimenti impliciti in quelle disposizioni, costituzionali e convenzionali, che sanciscono in generale il riconoscimento dei diritti inviolabili della persona o l’affermazione dell’uguaglianza formale e sostanziale di tutti i cittadini, come gli articoli 2 e 3 della Costituzione e gli articoli 2, 3 e 8 della Convenzione per la salvaguardia dei Diritti dell’uomo; oltre che un riferimento esplicito all’articolo 1 della Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione europea, che segue a un riconoscimento della dignità umana fra i principi generali dell’ordinamento comunitario già in precedenza statuito per via giurisprudenziale.

Il principio della dignità umana peraltro assume, nel sistema assiologico euro-unitario a carattere multilivello, piuttosto la condizione di postulato ontologico del sistema dei diritti costituzionali e di premessa di tutti i diritti umani: sì che esso può assumere un contenuto più concreto soltanto per effetto della configurazione e della formulazione attribuitegli nei singoli diritti fondamentali in rapporto ai quali funge da criterio valutativo e interpretativo (V. Baldini, La dignità umana tra approcci teorici ed esperienze interpretative, Università degli studi di Cassino e del Lazio Meridionale.), e quindi anche in rapporto alla –  e come limite della – la libertà di manifestazione del pensiero: in questo senso definendosi, in una sorta di dialettica negativa, come limite alla libertà di espressione.

A ciò consegue che la giurisprudenza in materia si delinei necessariamente come giurisprudenza del caso concreto, essendo possibile tracciare una linea di confine tra i due diritti, entrambi di rilievo costituzionale e convenzionale, solo avendo riguardo alla concreta fattispecie.

Ad esempio, Cass. Sez. 3, Sentenza n. 37581 del 07 maggio 2008, Mereu, Rv. 241071, ha ritenuto manifestamente infondata la questione di costituzionalità dell’art. 3, legge 13 ottobre 1975, n. 654 (modificato dal dl 24 aprile 1993, n. 122, conv. con modd. in legge 25 giugno 1993, n. 205 nonché dall’art. 13, legge 24 febbraio 2006, n. 85) laddove vieta la diffusione in qualsiasi modo di idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale, per asserito contrasto con l’art. 21 Cost., in quanto la libertà di manifestazione del pensiero e quella di ricerca storica cessano quando travalicano in istigazione alla discriminazione ed alla violenza di tipo razzista (In motivazione la Corte ha ulteriormente precisato che la libertà costituzionalmente garantita dall’art. 21 non ha valore assoluto ma deve essere coordinata con altri valori costituzionali di pari rango, quali quelli fissati dall’art. 3 e dall’art. 117, comma primo, Cost.). Analogamente Cass. Sez. 5, Sentenza n. 31655 del 24 gennaio 2001, Gariglio, Rv. 220021, ha ritenuto manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale, per contrasto con l’art. 25, secondo comma, Cost., dell’art. 3, comma 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, come modificato dall’art. 1 del dl 26 aprile 1993, n. 122, convertito nella legge 25 giugno 1993, n. 205 nella parte in cui configura come reato associativo la promozione, la direzione o la semplice partecipazione ad ogni forma di organizzazione che abbia tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, atteso che il precetto deve ritenersi tipizzato in base alla individuazione dello scopo ultimo della struttura collettiva, che consiste nel limitare o impedire ad altri individui della stessa società civile l’esercizio dei propri diritti civili e politici, individuali e collettivi.

Ponendosi sulla stessa linea, Cass. Sez. 3, Sentenza n. 33179 del 24 aprile 2013, Scarpino, Rv. 257216 , ha ritenuto integrata la fattispecie di associazione per delinquere finalizzata all’incitamento e alla violenza per motivi razziali, etnici e religiosi anche da una struttura che utilizzi il blog per tenere i contatti tra gli aderenti, fare proselitismo, anche mediante la diffusione di documenti e testi inneggianti al razzismo, programmare azioni dimostrative o violente, raccogliere elargizioni economiche a favore del forum, censire episodi o persone responsabili di aver operato a favore dell’uguaglianza e dell’integrazione degli immigrati.

Del resto, la linea era già stata tracciata dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale, che aveva precisato, a proposito della cd. legge Scelba (n. 645/1952), con specifico riguardo al reato di apologia del fascismo, che la libertà di manifestazione del pensiero non può spingersi oltre il limite segnato da altri principi costituzionali fondamentali (cfr. le sentenze di rigetto delle relative questioni di legittimità costituzionale, n. 1 del 1957 e n. 74 del 1958).

Più di recente, invece, la giurisprudenza di legittimità pare essere andata oltre nell’analisi della fattispecie, soprattutto relativamente alla ratio sottesa e alla conseguente selezione delle condotte rilevanti, proprio al fine di salvaguardare in egual modo, con un equo contemperamento, entrambi i diritti di rango costituzionale: ad esempio Cass. Sez. 3, Sentenza n. 36906 del 23/06/2015, Salmè, Rv. 264376, ha stabilito che ai fini della configurabilità del reato previsto dall’art. 3, comma primo, lett. a), prima parte, legge 13 ottobre 1975, n. 654, la “propaganda di idee” consiste nella divulgazione di opinioni finalizzata ad influenzare il comportamento o la psicologia di un vasto pubblico ed a raccogliere adesioni; l’”odio razziale o etnico” è integrato non da qualsiasi sentimento di generica antipatia, insofferenza o rifiuto riconducibile a motivazioni attinenti alla razza, alla nazionalità o alla religione, ma solo da un sentimento idoneo a determinare il concreto pericolo di comportamenti discriminatori, e la “discriminazione per motivi razziali” è quella fondata sulla qualità personale del soggetto, non – invece − sui suoi comportamenti.

Allo stesso modo, Cass. Sez. 1, Sentenza n. 42727 del 22 maggio 2015, Valandro, Rv. 264854 ha ritenuto che il reato di incitamento alla violenza ed atti di provocazione commessi per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, previsto dall’art. 3, comma primo, lett. b), legge 13 ottobre 1975 n. 654 e successive modificazioni, sia un reato di pericolo, e che si perfezioni indipendentemente dalla circostanza che l’istigazione sia accolta dai destinatari, essendo tuttavia necessario valutare la concreta e intrinseca capacità della condotta a determinare altri a compiere un’azione violenta, con riferimento al contesto specifico ed alle modalità del fatto.

Rigoroso accertamento della finalità etnica, razziale o religiosa, della propaganda da un lato, e concreto pericolo di adesione di terzi all’istigazione e quindi della diffusione di condotte violente o discriminatorie dall’altro, quindi, sono i due cardini si cui di regge il catafratto della fattispecie.

Di più difficile lettura si dimostra la giurisprudenza della Corte di Strasburgo e questo perché, nell’interpretazione della Convenzione, il diritto di libera manifestazione del pensiero (tutelato, come si è detto, all’ art. 10 della Convenzione) è tradizionalmente affermato con una tale forza “attrattiva” da fare usualmente premio nel bilanciamento con il divieto di discriminazione (pure sancito all’art. 14 della Convenzione).

Secondo la filosofia ispiratrice dalla Corte, nella sostanza, una democrazia matura non deve temere, né quindi censurare, nemmeno la manifestazione delle idee più riprovevoli, dovendo invece affidare all’opinione pubblica il compito valutarle criticamente (esempi molto citati al riguardo sono i casi Jersild c. Danimarca e Perinçek c. Svizzera).

La Corte appare più cauta, invece, quando le idee a carattere razzista o negazionista riguardano la Shoah; ad esempio nel noto caso dell’intellettuale francese di fede islamica Roger Garaudy, condannato in Francia per contestazione di crimini contro l’umanità in relazione alla sua opera I miti fondanti del moderno Stato di Israele, pubblicata nel 1995 e di ispirazione marcatamente negazionista, la Corte respinse il ricorso del condannato affermando che «la maggior parte del contenuto e il tono generale dell’opera del ricorrente, e dunque il suo scopo, hanno una marcata natura negazionista e contrastano quindi con i valori fondamentali della Convenzione, quali espressi nel suo Preambolo, ossia la giustizia e la pace. Rileva che il ricorrente tenta di fuorviare l’art. 10 della Convenzione dalla sua vocazione utilizzando il suo diritto alla libertà di espressione per fini contrari alla lettera ed allo spirito della Convenzione. I predetti fini, se fossero tollerati, contribuirebbero alla distruzione dei diritti e delle libertà garantiti dalla Convenzione».

Appare quindi evidente come l’orientamento dei giudici della Corte Edu non possa dirsi del tutto consolidato e univoco nel bilanciamento fra gli opposti principi in gioco, e che molto dipenda (si torna a ripetere) dal contesto nell’ambito del quale s’inserisce il caso concreto: il che, del resto, è effettivamente in linea con la natura per così dire “ibrida” della giurisprudenza della Corte Edu: una sorta di tertium genus  tra common e civil law, nel quale, piuttosto che una rigida applicazione dello stare decisis, si nota un costante riferimento ai precedenti della Corte; sì che se da un lato si tratta a tutta evidenza di una tecnica casistica (per restatement of law), dall’altro lato non esita mai in una rigida applicazione dello stare decisis, bensì in un apparente distinguishing: che però, nella sostanza, non è tale, posto che, non essendo riconosciuta la rigida vincolatività del precedente, la decisione è sempre sul singolo caso, mentre la critica del giudizio, per così dire, consiste in un riferimento costante alla giurisprudenza precedente.

Tornando al caso di specie, e avvicinandoci alla – condivisibile – soluzione assolutoria adottata dalla giudice del caso, si direbbe che l’applicazione della criteriologia elaborata dalla Corte di cassazione, nel solco tracciato dalla giurisprudenza costituzionale, porti a escludere immediatamente la possibile iscrizione della condotta dei due imputati a una finalità di discriminazione etnica, razziale o religiosa, in quanto il bersaglio della protesta, e del relativo tono violento e ingiurioso, era senza dubbio la politica militare israeliana nel suo complesso e, segnatamente, la singola operazione militare andata sotto il nome di “operazione margine di protezione”.

Né potrebbe in alcun modo sostenersi che il gesto degli imputati abbia realizzato un effettivo pericolo che, per emulazione, terzi adottassero condotte discriminatorie o violente nei confronti di cittadini israeliani o di origine e/o fede ebraica, in quanto il contesto di azione è, al contrario, quello di una storia politica − quella dei due imputati − notoriamente vicina alla sinistra antagonista vercellese e certamente lontana da qualsiasi ideologia a sfondo razzista, filonazista o negazionista. Uno degli imputati ha infatti tenuto a sottolineare di avere sempre contrastato ogni forma di razzismo contro il popolo ebraico, anche attraverso iniziative concrete, precisando di non aver mai cambiato idea sul punto. In particolare, ai tempi della scuola, aveva organizzato assemblee sulla tragedia dell’Olocausto, aveva partecipato a numerose manifestazioni in occasione del 25 aprile nonché ad un presidio vicino ad un circolo di estrema destra dove era in corso un’iniziativa sull’attualità della rivoluzione hitleriana; e queste circostanze sono state confermate da un operante di P.G. che conosceva gli odierni imputati proprio per il loro ruolo di attivisti e frequentatori del centro sociale.

La finalità di discriminazione razziale o etnica nei confronti del popolo ebraico, e la correlativa lesione della dignità umana, è quindi da escludere in radice proprio perché, anzi, i due imputati hanno agito nell’opposta convinzione profonda di difendere, con tattiche di sensibilizzazione dell’opinione pubblica anche di forte impatto, il diritto alla dignità, e prima ancora quello alla sopravvivenza, della popolazione civile palestinese.

Né si potrebbe tacciare questa convinzione di puro soggettivismo, atteso che la condotta militare israeliana è stata già fatta segno non solo a fortissime censure politiche − anche, come si diceva, all’interno delle stesse comunità ebraiche − ma altresì a un importante richiamo della Corte internazionale di giustizia dell’Aja, che, con il parere consultivo reso il 9 luglio 2004 (in ordine al progetto di costruzione dell’attuale “Barriera di separazione israeliana”, costruita dallo Stato di Israele in Cisgiordania a partire dal 2002), dopo avere passato in rassegna le tappe fondamentali del conflitto militare israeliano palestinese e le risoluzioni Onu susseguitesi negli anni, è giunta a definire lo Stato di Israele come una “potenza occupante” affermando quanto segue:

«La Corte ricorda la risoluzione 242 (1967) del 22 novembre 1967 del Consiglio di sicurezza, che chiedeva il ritiro delle forze armate israeliane dai territori occupati, e le condanne, ripetutamente espresse, dallo stesso organismo, nei confronti dei tentativi di modificare lo status di Gerusalemme, per riaffermare la necessità di rispettare la regola consuetudinaria dell’inammissibilità delle acquisizioni di territori con la forza.

Non si può certo negare l’esistenza del popolo palestinese, riconosciuta del resto dallo stesso Israele con lo scambio di lettere del 9 settembre 1993 fra Arafat e Rabin e con la firma dell’Accordo ad interim israelo-palestinese sulla Cisgiordania e la Striscia di Gaza del 28 settembre 1995, che contiene un riferimento ai diritti del popolo palestinese, fra i quali quello all’autodeterminazione.

La costruzione del muro e l’esistenza stessa delle colonie israeliane sui territori occupati contravvengono al divieto stabilito dall’art. 49 della Quarta Convenzione di Ginevra secondo il quale “la potenza occupante non potrà procedere alla deportazione o al trasferimento d’una parte della propria popolazione civile nei territori che essa occupa”.

Con la propria risoluzione 446 (1979) del 22 marzo 1979, ribadita in varie occasioni, il Consiglio di sicurezza, ha del resto esplicitamente chiesto al governo israeliano di revocare le misure già adottate e di astenersi dall’adottare nuove misure miranti a modificare lo status giuridico e il carattere geografico dei territori occupati, in particolare influendo sulla loro composizione demografica.

Pur prendendo atto delle assicurazioni formulate da Israele che il muro costituisce una misura temporanea, la Corte considera che in questo modo si tende a produrre un “fatto compiuto” e a consacrare sul terreno le misure illegali adottate da Israele e già deplorate dal Consiglio di sicurezza.

Viene in tal modo posto un grave ostacolo all’esercizio del diritto di autodeterminazione da parte del popolo palestinese» (Corte Internazionale di Giustizia, parere consultivo reso il 9 luglio 2004 su Domanda di parere adottata dalla decima sessione straordinaria d'urgenza dell'Assemblea generale - Sessione convocata sulla base della risoluzione 377 A (V). ).

Non è quindi revocabile in dubbio che la posizione degli imputati, di assoluta contrarietà alla politica militare di tipo sionista, conti su un’estesa sittlichkeit legittimante, ampiamente diffusa anche in seno al diritto internazionale.

Ora, esclusa la finalità di discriminazione razziale della condotta, ed escluso parimenti il concreto pericolo di realizzazione, da parte di terzi, di condotte discriminatorie mutuabili dalla condotta degli imputati, resta da osservare come lo striscione in questione contenesse, nella stessa frase, oltre ai richiami (in lingua inglese) alla chiara ispirazione politica del gesto (“STOP BOMBING GAZA” e “FREE PALESTINE”) anche un epiteto indiscutibilmente ingiurioso: “ISRAELE ASSASSINI”.

Valutato quindi il contesto dell’azione, non sembra da escludere che, anche sotto la vigenza del reato di ingiuria, la difesa avrebbe avuto buoni argomenti per invocare la scriminante della critica politica in relazione all’unica espressione ingiuriosa contenuta nel breve testo, in quanto strettamente legata alla critica di un’operazione militare realmente avvenuta e all’interno di un contesto militare che, come si è visto, è al centro di fortissime critiche  non solo politiche ma anche provenienti da Autorità giudiziarie internazionali.


Per domande, chiarimenti e consulenze legali in materia, si invita il lettore a contattarmi ai seguenti recapiti:

Telefono: 3200775430 - 0812461014

email: avvcorradorubera@libero.it

Indirizzo di studio: Corso Vittorio Emanuele, 54 80122 Napoli (NA)

Si riceve su appuntamento.

0 visualizzazioni
  • LinkedIn Social Icon
  • Twitter Social Icon
  • Google+ Social Icon
This site was designed with the
.com
website builder. Create your website today.
Start Now