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Sulla costituzionalizzazione del diritto alla riservatezza. Tratto dalla mia tesi di laurea.

Aggiornato il: apr 29

2.4.1.Il fondamento costituzionale del diritto alla riservatezza. Premessa.

Il problema, preliminare ad una riflessione di tipo penalistico, rimane quello di stabilire se sia possibile, secondo una tradizionale metodo classificatorio, individuare un bene-categoria, la riservatezza, nel nostro caso, al quale ricondurre in maniera sostanzialmente uniforme, dal punto di vista del tipo di interesse tutelato, gli interventi normativi che attualmente ad esso, un po’ indistintamente, vengono riferiti. In ogni caso, se pure un interesse, o una pluralità d’interessi, ma uniformi in termini di valore, fosse individuabile come oggetto della tutela, bisognerebbe comunque verificare se essi abbia/abbiano, caratteristiche tali da consentire l’uso, conformemente ai canoni di sussidiarietà e frammentarietà, del diritto penale come strumento di tutela. La ricerca del suo fondamento costituzionale si pone quindi come un prius logico - giuridico senza il quale qualsiasi riconoscimento, anche esplicito, ma di livello gerarchicamente inferiore, sarebbe destinato a ritrarsi incondizionatamente davanti al contrasto con libertà aventi invece rango costituzionale, senza possibilità di attuare eventuali bilanciamenti. Da parte di altri ci si è riferiti all’argomento testuale, indagando il significato e la storia dell’espressione "diritti inviolabili" contenuta nell’art. 2. In tale prospettiva si afferma che la scelta della parola "inviolabili" in luogo di "naturali", pur prospettata in seno alla Costituente, testimonia il rifiuto di impostazioni di tipo giusnaturalistico da cui deriverebbe la preclusione ad accordare tutela costituzionale a diritti che in essa non ricevono esplicita menzione e riconoscimento. Su un piano diverso si svolge la critica di Fois1 Egli concentra l’attenzione sull’attributo dell’inviolabilità che l’art. 2 conferisce ai diritti cui è indirizzato, qualità che "implica il riferimento a diritti che siano, per così dire, situati alla sommità della scala gerarchica dei valori costituzionali"2

2.4.2.Art. 2 Cost. “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo A tal proposito, la rilevanza costituzionale dell’interesse alla riservatezza, condizione necessaria, anche se non sufficiente, per una sua tutela di tipo penale, è un dato che può considerarsi oggi acquisito e che trova ingresso nel nostro ordinamento attraverso la “porta” dell’art. 2 Cost., norma di natura “aperta”3. Si vuol configurare un sistema “aperto”, che sia, cioè, capace di adattare alle concrete esigenze di tutela penale, tenendo effettivamente presente la realtà sociale entro cui va ad operare. Le valutazioni ordinamentali non sono dunque, cristallizzate in un modulo normativo immodificabile, ma, attraverso la clausola aperta dell’art. 2 Cost. è possibile il loro adeguamento all’evoluzione dei rapporti sociali.4 Un forte legame tra quest’ultima e le regole ordinamentali rappresenta il presupposto essenziale per l’elaborazione di un sistema che si ponga obiettivi di reale effettività, oltre che di legittimità. Un tale risultato è possibile solo enucleando le effettive esigenze di tutela dovute allo sviluppo dei rapporti sociali, apprestando per esse una disciplina adeguata ai principi fondamentali.5 La sua natura di clausola generale è stata criticata da diversi punti di vista, ad esempio invocando una sentenza della Corte costituzionale, la n. 98 del 1979, “dove in tre righe è stato detto che l’elenco dei diritti di libertà contenuto nella Costituzione non può essere ampliato in via di interpretazione”. Da parte di altri ci si è riferiti all’argomento testuale, indagando il significato e la storia dell’espressione "diritti inviolabili" contenuta nell’art. 2. In tale prospettiva si afferma che la scelta della parola "inviolabili" in luogo di "naturali", pur prospettata in seno alla Costituente, testimonia il rifiuto di impostazioni di tipo giusnaturalistico da cui deriverebbe la preclusione ad accordare tutela costituzionale a diritti che in essa non ricevono esplicita menzione e riconoscimento.6 L’attributo dell’inviolabilità sancisce l’appartenenza dei diritti che di tale carattere partecipano all’essenza stessa della Costituzione, "un nucleo che si ritiene sia in ogni caso intangibile ed immodificabile: immodificabile cioè anche di fronte allo stesso potere di revisione costituzionale"7 La natura di "norma aperta" dell’art. 2 risponde alla precisa e fondamentale funzione di conferire al testo costituzionale quel necessario grado di elasticità che permette l’adeguamento del diritto alle modificazioni sociali e culturali cui il consorzio umano fatalmente è soggetto e quindi di garantire dignità e rango costituzionale, in una prospettiva realistica della "costituzione vivente", ad interessi che il contesto sociale ha reso meritevoli non di una tutela semplice, ma di una tutela rafforzata tanto da limitare in questo modo lo stesso potere del legislatore ordinario (salva sempre la facoltà di servirsi dell’iter legis aggravato ex art. 138 Cost.), anche se prima tale protezione non si prospettava come necessaria. Chiaramente trattasi di interessi non completamente nuovi o estranei al tessuto costituzionale (giacché altrimenti sarebbe necessario innescare i suddetti rituali meccanismi di revisione costituzionale con lo scopo opposto di introdurre piuttosto che espungere), ma che invece trovano precisi addentellati in principi frutto di sussunzione e astrazione e costituiscono dunque il risultato finale di un processo di specificazione e articolazione pienamente legittimo e necessario. Ecco che, in base a tali considerazioni, il riconoscimento costituzionale della riservatezza perde quel sospetto di forzatura del testo costituzionale nel momento stesso in cui soddisfa il fine superiore di apprestare effettiva tutela alla persona umana e alle sue esigenze fondamentali. Tra queste ultime la dottrina più sensibile e attenta pone a pieno titolo quella del riserbo, che "costituisce una necessità addirittura biologica dell’uomo, è aspetto inalienabile della persona umana"8 La riservatezza inoltre, pur rivestendo rilevanza autonoma, svolge un non meno basilare ruolo strumentale: la garanzia di una sfera sottratta alle intrusioni di terzi e la sicurezza che determinate informazioni resteranno private rappresentano la condizione "per assicurare alla persona il pieno godimento dei diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione"9 e cioè: la dignità, il pieno e libero sviluppo della persona e l’effettivo esercizio di altre libertà fondamentali, quali, esemplificando, la libertà (negativa) di manifestazione del pensiero, l’inviolabilità di domicilio e corrispondenza. Il profilo strumentale del diritto alla riservatezza trova un completo riconoscimento nella sentenza della Corte Costituzionale tedesca: "Mit dem Recht auf informationelle Selbstbestimmung wären eine Gesellschaftsordnung und eine diese ermöglichende Rechtsordnung nicht vereinbar, in der Bürger nicht mehr wissen können, wer was wann und bei welcher Gelegenheit uber sie weiß. Wer unsicher ist , ob abweichende Verhaltensweisen jederzeit notiert und als Information dauerhaft gespeichert, verwendet oder weitergegeben werden, wirdversuchen, nicht durch solche Verhaltensweisen aufzufallen. Wer damit rechnet, daß etwa die Teilnahme an einer Versammlung oder einer Bürgerinitiative behördlich registriert wird und daß ihm dadurch Risiken entstehen können, wird möglicherweise auf eine Ausübung seiner entsprechenden Grundrechte (Art. 8, 9 GG) verzichten. Dies wurde nicht nur die individuellen Entfaltungschancen des einzelnen beeinträchtigen, sondern auch das Gemeinwohl, weil Selbstbestimmung eine elementare Funktionsbedingung eines auf Handlungs – und Mitwirkungsfähigkeit seiner Bürger begründeten freiheitlichen demokratischen Gemeinwesens ist"10. Nel passo la Corte sviluppa il concetto di autodeterminazione individuale quale presupposto per l’esercizio delle libertà democratiche. Esso risulta gravemente inibito dalla non conoscenza della sorte delle informazioni personali cedute dagli individui. Chi ignora cosa verrà raccolto e da chi non sa quali comportamenti può legittimamente tenere e, temendo che alcuni fatti siano schedati, rinuncia ad esempio a partecipare ad assemblee, manifestazioni, riunioni sindacali, cioè all’esercizio di diritti costituzionali. Ciò avrebbe conseguenze non solo sul suo sviluppo personale, ma anche su quello collettivo, poiché l’autodeterminazione è una condizione elementare che si basa sulla possibilità di agire e coagire dei cittadini e quindi sulla democrazia. Il libero sviluppo della personalità presuppone la protezione del singolo dalla memorizzazione, utilizzazione e trasferimento incontrollato di dati personali11

2.4.3.Le clausole generali dell’art. 3 Cost. "pari dignità sociale"; "pieno sviluppo della persona umana" L’altra norma che consente un approccio generale al tema della rilevanza costituzionale della riservatezza è l’art. 312 Tale disposizione è stata analizzata sia in riferimento al I comma, laddove si parla di "pari dignità sociale", sia al II comma, il quale contiene la garanzia del "pieno sviluppo della persona umana". Le posizioni critiche circa il possibile uso di tali formule come indici di tutela costituzionale della vita privata, che invero sembrano prevalere sulle opinioni positive, si fondano su molteplici argomentazioni. Alcune di queste sono di carattere formale e indagano la natura e la funzione dell’art. 3 nel generale contesto costituzionale: si afferma che sarebbe erroneo ritenere che il principio di eguaglianza possa, in assenza di una specifica relazione ad altre norme costituzionali, valere a fondare diritti soggettivi: "tale principio, invece, è produttivo solo di "effetti riflessi" sul contenuto dei singoli diritti ma solo se ed in quanto essi risultino già specificamente riconosciuti". La disposizione in esame non potrebbe quindi essere invocata per attribuire rilevanza costituzionale al diritto alla riservatezza, essendo la sua operatività relegata ad un ambito per così dire di secondo grado, una volta risolta positivamente, ma per altra via, la questione dell’esistenza costituzionale del diritto in oggetto. Le altre critiche, varie ed eterogenee, sono di tipo sostanziale. Parte della dottrina lamenta l’eccessiva genericità della disposizione: Fois, ad esempio si dimostra contrario all’utilizzazione delle clausole generali dell’art. 3: "il richiamo al valore della persona umana rischia di diventare l’invocazione ad una specie di formula magica per dar forma a fantasmi normativi tali da implicare le conclusioni più diverse e più opposte"13 Altra parte della dottrina si interroga sulla reale natura di ostacolo allo sviluppo della persona rappresentato dalla conoscenza di notizie private e dall’ "attacco alla sfera privata da parte soprattutto dei grandi mezzi di comunicazione di massa"14 Da parte di altri15, è stato giustamente evidenziato come gli individui spesso coltivino l’interesse opposto a mantenere divisi i diversi ambienti in cui, per piacere o necessità, si trovano a vivere le proprie esperienze, con un minimo di continuità. Capita facilmente che il soggetto dia di sé una rappresentazione diversa a seconda del contesto in cui si trova, avendo cura che gli ambienti tra loro eterogenei e separati (ad esempio luogo di lavoro e cerchia di amici) non abbiano a partecipare di tali diverse rappresentazioni. In particolare, Franco Bricola, sostiene: «non è provata la correlazione fra violazioni della sfera privata e impedimento al pieno sviluppo della persona umana», ed anzi giunge ad affermare che « una migliore conoscenza della vita privata può giovare ad un migliore inserimento sociale dell’individuo». Altra parte della dottrina ancora si appella alla marcata dimensione sociale cui l’art. 3 sarebbe ispirato: gli interessi da esso tutelati, dignità e sviluppo della persona, andrebbero visti in un’ottica eminentemente sociale, che non può non contrapporsi alla dimensione individuale in cui si esplicano la vita privata e la riservatezza16 L’esattezza di tali affermazioni va però ridiscussa alla luce delle mutate caratteristiche del problema in relazione all’avvento della c.d. "società dei computers" e, nello specifico, alle conseguenti modificazioni a cui il concetto di privacy è andato incontro17 per cui non è più possibile, né opportuna, una precisa separazione tra individualità e collettività, se non si vuole incorrere in una falsa e incompleta rappresentazione del problema. Infine, il riferimento alla dignità sociale contenuto nel I comma dell’art. 3 è ritenuto improprio da parte di chi evidenzia come il concetto di dignità miri a tutelare in via diretta interessi diversi dalla riservatezza, che sono identificabili nel decoro e nella reputazione della persona18 La dottrina favorevole all’utilizzo dell’art. 3 come suggello costituzionale del diritto alla riservatezza ha accentuato la necessità della garanzia di una sfera privata inviolabile affinché la dignità ma soprattutto lo sviluppo della persona, siano effettivamente assicurati e non restino invece pura affermazione di principio o addirittura lettera morta. In realtà, su tutti gli spunti critici appena esposti, sembrano prevalere le impostazioni che reclamano la diretta operatività dell’art. 3 quale garanzia del libero sviluppo della persona. Anche l’elemento della dignità, spesso passato in secondo piano dalla dottrina, offre importati appigli al tema della rilevanza costituzionale della riservatezza. Il punto più spinoso è quello di fornire un concetto di dignità umana che si armonizzi con le esigenze definitorie e di rigore concettuale proprie del diritto. Per un inquadramento giuridico del valore della dignità umana19. A sostegno di questa impostazione si vedano le considerazioni esposte nella famosa sentenza della Corte Costituzionale tedesca relative al diritto all’autodeterminazione individuale (Individuelle Selbstbestimmung) e informativa (Informationelle Selbstbestimmung) quali presupposti per l’esercizio effettivo di libertà democratiche, anche di natura collettiva (salvaguardando la dimensione sociale dell’art. 3) e quindi direttamente funzionali proprio al pieno sviluppo della persona umana. Quello che emergerà come principio trasversale alle varie problematiche trattate in questa tesi, soprattutto nella seconda parte, è proprio il ricorso all’art. 3 Cost. come dato normativo chiave nella soluzione di tutte le questioni relative non solo al riconoscimento del diritto di privacy, ma anche alla sua effettiva tutela.

2.4.4.Libertà domiciliare, Inviolabilità del domicilio, libertà e segretezza della corrispondenza ex artt. 13, 14 e 15 Cost. Concluso l’esame delle norme ad approccio generale, ci si può ora rivolgere alle disposizioni costituzionali di ambito circoscritto a ben definiti diritti. Anche queste norme, che sanciscono l’inviolabilità della libertà personale, del domicilio, della libertà e segretezza della corrispondenza e ogni altra forma di comunicazione, sono state esaminate al fine di attribuire rango costituzionale al diritto alla riservatezza. In questa prospettiva la libertà personale viene intesa non tanto e non solo in senso fisico, ma con riguardo alla persona nella sua interezza, ivi compresa la sua sfera spirituale e la sua personalità. Parimenti, domicilio e corrispondenza sono interpretati come proiezione spaziale e spirituale dell’individuo20. Invero, la posizione dominante in dottrina afferma che le disposizioni in esame si riferiscono in via primaria a diritti distinti da quello alla riservatezza21, oppure ad aspetti settoriali e manifestazioni parziali di essa22, o ancora a diritti qualificati "affini", con particolare riferimento al diritto al segreto23. L’atteggiamento piuttosto diffuso che sembra emergere dalle posizioni esaminate è di pressoché generalizzato sfavore verso l’utilizzo delle tre norme in esame come esclusiva ancora costituzionale del diritto alla riservatezza, forse per il timore di indulgere ad operazioni ermeneutiche non sufficientemente supportate da adeguati indicatori di diritto positivo24. 2.4.5.Riservatezza e manifestazione di pensiero: l’interpretazione positiva e negativa dell’art. 21 Cost. Questa norma è stata utilizzata dagli interpreti per due operazioni tra loro perfettamente antitetiche volte l’una a negare la rilevanza costituzionale del diritto alla riservatezza perché ritenuto incompatibile con la libertà di espressione; l’altra a fondare il suo rango costituzionale proprio su questa disposizione. Punto di avvio della prima tesi è l’art. 21 considerato in positivo, il quale tutela la libertà di manifestare il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione, potendosi esprimere attraverso la cronaca, l’arte, la scienza, la storiografia. E’ assai probabile che l’esercizio di questa libertà possa entrare in conflitto con l’interesse alla riservatezza. La manifestazione del pensiero si realizza, infatti, mediante l’apprendimento delle notizie, la comunicazione e il libero scambio delle idee. In altre parole essa ha il necessario presupposto nella libertà di informarsi e di informare, di modo che ogni limite alla circolazione delle informazioni si traduce, ipso facto, in un limite alla manifestazione del pensiero. Queste premesse possono senz’altro essere condivise. Tuttavia, è necessario precisare che, già dall’applicazione dei principi giuridici generali, e al di là di riferimenti specifici, si ricava che nessuna libertà ha carattere assoluto, ma, nel momento in cui ci si muove dall’enunciazione astratta di principio al suo inserimento in un contesto ordinamentale, essa e le altre libertà soggiacciono a reciproci condizionamenti. In altri termini, entrano a far parte di un sistema dal quale traggono gli strumenti essenziali alla loro realizzazione, ma anche, necessariamente, le correlative limitazioni25. Ciò si traduce, in concreto, nella conseguenza che le attività strumentali alla manifestazione del pensiero, quelle di ricerca e divulgazione delle informazioni, non possono essere illimitate, ma debbono misurarsi con altre libertà parimenti garantite, a condizione che se ne ammetta il rango costituzionale26. Da quest’ultima considerazione discende poi l’importante corollario che l’informazione non rappresenta un valore assoluto, ma può essere reputata tale solo se funzionale allo sviluppo della persona che, in taluni casi, è maggiormente assicurato dalla non informazione, in ossequio al diritto di non sapere quale presupposto per la libera autodeterminazione personale. L’art. 21 è stato anche considerato in chiave completamente opposta a quella ora descritta, cioè come norma su cui basare il fondamento costituzionale del diritto alla riservatezza, conducendo al singolare risultato che l’art. 21 sarebbe limite di sé stesso, poiché la manifestazione del pensiero troverebbe i suoi limiti nella stessa norma che la riconosce. La particolare interpretazione in esame27 muove dal rilievo che l’art. 21, così come riconosce il diritto, esercitabile in positivo, di manifestare il proprio pensiero, parimenti ed intrinsecamente prevede la possibilità che un individuo abbia anche la libertà di tacere, di manifestare parzialmente il proprio pensiero o di rivelarlo soltanto ad alcuni soggetti, giacché, e ciò è evidente, la norma in questione non stabilisce un dovere di esprimere il pensiero. Da queste premesse discende che tutte le attività di terzi finalizzate a carpire, apprendere e diffondere un pensiero che l’individuo non vorrebbe manifestare, ledono la sua libertà negativa garantita dall’art. 21. Il "diritto al silenzio", proprio in quanto partecipe degli stessi valori e presupposti per i quali è stato ritenuto meritevole di riconoscimento costituzionale il diritto di parlare, ha una dignità ed un’estensione pari a quest’ultimo, senza possibilità di creare una sorta di gerarchia interna tra le due libertà, trattandosi, invece, di situazioni pariordinate e parallele28. Anche la giurisprudenza, ormai consolidata, si è mossa lungo queste linee guida: elle svariate sentenze di merito che hanno affrontato il problema del conflitto tra i due interessi in esame, si ravvisa la tendenza a risolvere i reciproci rapporti attraverso l’applicazione di un criterio di bilanciamento, relativo e non assoluto, ispirato ai tre parametri dell’interesse sociale della notizia, della verità dei fatti narrati e della continenza29. 2.4.6.L'art.27,comma2Cost. Alquanto scarsi sono gli appigli cui far riferimento per attribuire garanzia costituzionale alla riservatezza per il tramite dell’art. 27 II comma. Come è noto, questa disposizione sancisce il principio della presunzione di non colpevolezza, cioè l’esigenza e il dovere che l’imputato sia considerato innocente, sia in seno al processo, sia nel contesto sociale, sino alla condanna definitiva. Le perplessità discendono dal fatto che non esiste accordo su quale sia l’interesse che la norma mira a proteggere (reputazione e onore o riservatezza in senso stretto), e, in seconda battuta, se essa abbracci solo garanzie di natura squisitamente processuale (divieto di applicare misure e trattamenti incompatibili con lo stato di presunta innocenza), oppure si possa estenderne il raggio d’azione, in via mediata, a beni quali reputazione e riservatezza che acquistano importanza nell’ambito dei rapporti extraprocessuali e sociali30. Tuttavia, anche ammettendo che la norma in esame, tesi non pacifica in dottrina, copra specificamente la riservatezza, c’è da dire che essa interesserebbe comunque un ambito troppo settoriale e particolare, da cui sarebbe metodologicamente non corretto o quantomeno azzardato astrarre una tutela di carattere generale. Ciò perché la norma si riferisce ad un soggetto che versa in uno status ben preciso, la cui condizione non può evidentemente essere estesa alla generalità dei consociati. L’art. 27 II comma conserva pur sempre la valenza, da tenere presente in chiave sistematica, di indice di natura culturale (considerazione comune alle altre norme costituzionali a carattere settoriale), atta a testimoniare che l’esigenza del riserbo ha trovato considerazione all’interno della Carta. L’indagine appena compiuta permette di affermare che dalla mancanza di una norma costituzionale espressa a tutela della riservatezza non può certo dedursi, sic et simpliciter, il corrispondente disinteresse del Costituente. Gli argomenti che si oppongono a tale tesi scaturiscono sia dalle numerose disposizioni dettate a tutela di aspetti particolari del diritto unitario, sia dalle norme a carattere generale, secondo la lettura che se ne è data.

2.4.7.L’art. 12 della Dichiarazione fondamentale dei diritti dell’uomo. E l’art. 8 e la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo. L’appartenenza della riservatezza al novero dei diritti della personalità e dunque ad un ambito di sicura rilevanza costituzionale è confortata dall’esistenza dell’esplicito e specifico riferimento alla riservatezza in diverse carte internazionali, prime fra tutte la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo che, all’art. 12, che solennemente dispone: ”Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, né a lesioni del suo onore e della sua reputazione. Ogni individuo ha diritto ad essere tutelato dalla legge contro tali interferenze o lesioni” e la convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo che all’art. 8 solennemente sancisce che: “Ogni persona ha diritto al rispetto della sua vita privata e familiare, del suo domicilio e della sua corrispondenza. [ e al comma 2] Non può esservi ingerenza della pubblica autorità nell’esercizio di tale diritto, se non in quanto tale ingerenza sia prevista dalla legge e in quanto costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria per la sicurezza nazionale, l’ordine pubblico, il benessere economico del paese, la prevenzione dei reati, la protezione della salute o della morale o la protezione dei diritti e delle libertà altrui”31. E’ nostra opinione, inoltre, che nel novero dei diritti costituzionalmente garantiti rientrino anche quelle situazioni soggettive che, non contemplate dalla Costituzione, sono tuttavia consacrate in convenzioni internazionali e richiamate dalla formula “diritti inviolabili” di cui all’art. 2 Cost.32. Non v’è dubbio che la ratifica da parte di un singolo paese di questi complessi normativi è un indice significativo della corrispondenza tra i principi in essi espressi ed il livello di evoluzione del sentire sociale in quel paese su certi temi, tanto più se la legislazione ordinaria conferma questa affinità: tali valutazioni non possono non filtrare nella riconsiderazione evolutiva dei principi costituzionali, quando alla Costituzione si guardi, in primo luogo, come alla “Carta dei valori” fondanti il nostro modello di società e dunque, ad un complesso normativo inevitabilmente aperto ad accogliere quelle sollecitazioni sociali, che si muovano entro i confini fissati nella prima parte.33

2.4.8.Conclusioni. La considerazione unitaria di tutti questi dati, insieme alla interpretazione del microsistema risultante dalle reciproche relazioni tra clausole generali e norme specifiche, porta ad asserire, in base ad un’interpretazione evolutiva del testo costituzionale, la sicura ed innegabile rilevanza, in seno ad esso, del diritto alla riservatezza34. Quod erat demostrandum.

2.4.9. Limiti esegetici della tutela penale della riservatezza. Quanto appena detto, non risolve affatto il problema della tutela del bene così individuato, perché una cosa è stabilire che esiste un bene meritevole di tutela e dotato di rango costituzionale, mentre tutt’altra questione è quella della individuazione dei limiti di questa tutela e degli strumenti con cui attuarla, nella duplice e correlata prospettiva del rispetto dei principi dello stato di diritto e della effettività della tutela apprestata. Il problema, a questo punto, pare essere quello di stabilire quali siano i limiti e gli strumenti della protezione giuridica di un interesse, sicuramente rilevante a livello costituzionale, quale è quello di garantire a ciascuno la più ampia libertà nella determinazione dei modi e degli ambiti entro i quali sviluppare la propria personalità ex art. 2 Cost., anche attraverso il riconoscimento del diritto individuale a non veder turbate scelte di esclusione o di limitazione della conoscenza di aspetti della propria vita o della propria persona sintetizzabili nel concetto di riservatezza.

2.4.10. I Criteri di rilevanza della riservatezza. Circa l’annosa disputa su quale sia il bene giuridico tutelato dalle norme, spesso assai diverse tra di loro per oggetto e ratio di tutela, solitamente ricondotte all’ampio alveo della “riservatezza”, si può dire che il generico e multiforme interesse alla tutela della riservatezza, data la sua vastità, e la sua tendenziale indeterminatezza, ha bisogno, per emergere a livello di ordinamento giuridico, di qualificarsi attraverso “criteri di rilevanza” che ne legittimino una tutela eventualmente rafforzata, ove ne ove ne ricorrano le condizioni, da una opzione di tipo penale35. Da tale punto di vista, non c’è dubbio che l’attinenza di certi dati alla vita privata (nella misura in cui questo concetto sia ad esempio delimitabile, come afferma Patrono a “fatti strettamente personali”36 può funzionare) come uno dei criteri idonei a far assumere meritevolezza alla tutela giuridica della riservatezza, sia per il maggior significato che gli individui normalmente assegnano a questo tipo di dati personali, sia per la possibilità pur sempre relativa di circoscrivere “materialmente” l’ambito di di tutela attraverso il riferimento ad oggetti afferrabili e/o a particolari modalità di aggressione.37 Bisogna osservare tuttavia, che proprio in relazione a quanto appena specificato, la rilevanza normativa assegnata all’interesse alla riservatezza ormai copre un ambito sicuramente più ampio della tutela alla non conoscenza e/o diffusioni delle notizie attinenti alla vita privata che non può dunque essere assunto quale unico criterio di rilevanza, ma se ne devono individuare altri. Uno di questi è sicuramente rappresentato dall’appartenenza dei dati a determinate categorie d’informazioni, tale che il loro “trattamento” si presti, almeno in astratto, ad un uso potenzialmente discriminatorio: si pensi ad alcuni dei dati c.d. sensibili di cui alla l. 675/1996 ora abrogata ed assorbita dal Decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196 (Codice in materia di protezione dei dati personali), in relazione ai limiti del loro trattamento, che non possono definirsi a rigore, come ad esempio l’origine etnica di un individuo, dati attinenti alla “vita privata” e che tuttavia rimandano ad evidenti ed intuitive ragioni di cautela rispetto a forme di trattamento . In altri termini, il riferimento alla riservatezza come obiettivo della tutela, se può essere utile a fondare un intervento di tipo penale, in determinati settori della vita di relazione non esime, tuttavia, dalla necessità che le possibili incriminazioni debbano comunque essere sottoposte ad un preliminare vaglio di “congruità penale” nel senso che dovrebbe sempre essere possibile individuare dei fatti che soddisfino i requisiti di legittimità nell’uso di questi strumenti di tutela (sussidiarietà, determinatezza, offensività, ecc.). Nel nostro caso, questa delicata opera di correlazione tra principi, fini e strumenti della tutela giuridica è tanto più necessaria quando si tenga presente che la stessa determinazione dell’area interessata dall’ipotetico intervento di tutela appare impresa alquanto problematica, in quanto l’idea di riservatezza evoca una forte componente individualizzante dal lato della “vittima”: “che cosa ciascuno di noi avverte come “personale”, “riservato”, quali sono le notizie o i dati personali che si vuole sottratti alla conoscenza e/o a forme di elaborazione e/o ad un uso determinato (o a qualsiasi uso), è il prodotto, estremamente notevole di una elaborazione soggettiva, atomizzata nelle singole realtà individuali ed in rapporto con innumerevoli contesti concreti, che ne costituiscono altrettante variabili.38 Di conseguenza, ciò che ciascuno di noi avverte come una non tollerabile intromissione nella propria vita privata è quanto di più variabile si possa immaginare, avuto riguardo alla varietà ed alla complessità della propria esistenza al proprio carattere, al ruolo sociale rivestito e così via. Se indubbiamente una così spiccata relatività del concetto di riservatezza non rappresenta un ostacolo assoluto al riconoscimento da parte dell’ordinamento giuridico dell’esistenza di un interesse meritevole di tutela e della necessità di approntare gli strumenti più idonei ad assicurarla, quello di cui si dubita, nonostante le autorevolissime opinioni in senso contrario,39 è che le infinite variabili delle dinamiche personali e sociali da cui dipende la concreta (e personale), estensione della sfera riservata possano effettivamente essere ricondotte ad unità, traducendosi nella costruzione di un bene giuridico “afferrabile” e, dunque, utilizzabile penalmente. Non sembra, come pure si sostiene, 40 che queste considerazioni, in realtà, incidano soltanto sulla diversa disponibilità in concreto del bene da parte del titolare, perché il problema che ci poniamo attiene alla possibilità di una tipizzazione sufficientemente determinata delle condotte aggressive del bene. Là dove, infatti, come in questo caso è estremamente difficile, se non impossibile riferire la tutela ad un afferrabile bene- categoria, connotatati da una materialità che consenta, soprattutto in una prospettiva probatorio- processuale, di individuare un’offesa al bene e imputarla ad una condotta determinata, l’uso del diritto penale è sempre sconsigliabile, o, quanto meno, deve essere contenuto, anche a costo di alcune lacune di tutela, nella misura in cui è possibile soddisfare sostanzialmente e non solo formalmente, le esigenze garantistiche connesse al principio del nullum crimen ed ai canoni di frammentarietà e sussidiarietà. In questo caso, secondo alcuni,41 sarebbe possibile individuare un “nucleo minimo del concetto… costante per la media dei cittadini”, attraverso la “rilevanza scriminante attribuita al consenso del privato ovvero all’interesse pubblico alla diffusione alla notizia”. Ci sembra tuttavia che entrambi i criteri individuati potrebbero, al massimo, svolgere una funzione selettiva “di secondo grado” ed in concreto, in quanto presuppongono pur sempre che il legislatore penale abbia previamente individuato delle condotte e degli eventi che delimitano l’ambito di tutela che la politica criminale, sulla base di vincolanti indicazioni di valore, normativamente fondate, assegna, in astratto a quel determinato bene. E’ solo rispetto a quest’area, così individuata, che il consenso o “l’interesse pubblico alla diffusione della notizia” possono poi operare come limiti interni (o esegetici), della estensione della tipicità e quindi non risolvono affatto il problema della delimitazione legislativa dell’offesa penalmente rilevante al bene. Si può inoltre osservare che il secondo dei criteri indicati, vale a dire “l’interesse pubblico alla diffusione della notizia” presenta comunque una elasticità interpretativa forse eccessiva per poter delimitare, con la necessaria determinatezza, i confini di una fattispecie penale, oltre al limite di essere chiaramente orientato sullo specifico problema dell’attività di tipo giornalistico, che rappresenta solo un aspetto di un tema ben più complesso.42 Per evitare che la obiettiva difficoltà di determinare i caratteri essenziali degli oggetti di tutela e dunque individuare le condotte idonee ad offenderli induca il legislatore a percorrere la strada di una anticipazione della soglia di punibilità a momenti di pericolo astratto, se non presunto, la soluzione preferibile è, senz’altro, quella di costruire le fattispecie incriminatici attorno ad oggetti dotati di riconoscibili contenuti materiali, rispetto ai quali possa dirsi stabilizzato un sentire diffuso ed uniforme circa la loro riferibilità al valore-ratio, rappresentato in questo caso dalla riservatezza che serva a fondare le istanze di tutela e giustifichi, in considerazione naturalmente delle modalità di aggressione, anche l’uso di strumenti penali. Ci sembra, quindi, che, rispetto a un interesse come quello della riservatezza, legare l’attivazione del diritto penale ad esempio alla violazione della segretezza della corrispondenza43 o delle comunicazioni telefoniche e telematiche44 ovvero riferire la rilevanza penale di certe condotte ad ambiti spaziali ben determinati, quali il domicilio, o ancora, determinare legislativamente la natura delle informazioni personali che, per il loro particolare contenuto, devono godere di maggior tutela, rappresenti una impostazione tendenzialmente corretta del problema. In questo modo dovrebbe essere possibile evitare, o ridurre entro limiti tollerabili, il ricorso alla normazione in bianco, rimettendo invece alla legge incriminatrice, per quanto possibile, la diretta individuazione degli ambiti di tutela ed una migliore tipizzazione corrisponde sempre ad una maggiore efficacia della tutela in termini di prevenzione generale anche per la più agevole “gestione” delle incriminazioni sul piano processuale.45 Una scelta di tipo frammentario è quindi una opzione penalisticamente obbligata per un settore di disciplina che, presentando, una fenomenologia estremamente multiforme, ed in continua mutazione, richiede inevitabilmente modelli di tutela fondati essenzialmente sulla formulazione di principi di carattere generale, che, dunque, assai poco si prestano ad essere tradotti in fattispecie incriminatici dotate di un sufficiente grado di determinatezza. Peraltro, la tutela della “riservatezza”, si presenta già tradizionalmente frammentata in una serie di settori di disciplina che intersecano le c. d. esigenze di “riservatezza”. Ci si riferisce in primo luogo, al settore delle “Comunicazioni”, effettuate in qualsiasi forma. In questi contesti, il ritagliare, dalla “galassia” della riservatezza degli spazi in cui il diritto penale è chiamato a svolgere un ruolo di tutela, ci sembra sia un corretto approccio del problema di fondo qui evidenziato che faciliterebbe il compito di legiferare il tutto se non riducendo, almeno rendendo tollerabile l’uso della normazione in bianco46. E’ stata questa la strada intrapresa dal legislatore del 1993 con l’inserzione/novellazione, tramite la legge nel codice penale, degli artt. 616-617 quater, quinques e sexies c. p. con la legge n. 547, 23 Dicembre, 1993, ma abbandonata da quello del 1996 con la legge sui dati personali… 2.4.11. La distinzione tra “riservatezza” e “segretezza”. La prima problematica attiene alla definizione di riservatezza e segreto ed i rapporti tra di essi intercorrenti, che si pongono limitatamente al comune terreno della vita privata, poiché, mentre la riservatezza riguarda ciò e solo ciò che attiene alla vita privata, la segretezza abbraccia, accanto al “segreto privato” (documentale, professionale, scientifico: artt. 621-622-623 c. p.); categorie già esse più ampie del segreto privato personale, anche il “segreto pubblico” (militare, politico, d’ufficio: art. 257, 261-326)47 In merito si contrappongono: a) la tesi della differenziazione, per la quale la segretezza sta ad indicare il diritto alla non conoscenza e alla non rivelazione o pubblicizzazione delle notizie della vita privata da parte di qualsiasi altra persona, e la riservatezza il diritto alla non pubbli­cizzazione (cioè alla non diffusione mediante mezzi pubblici) delle notizie della vita pri­vata, legittimamente acquisite. Entrambe garantiscono lo stesso interesse all'isolamento morale della persona, ma si differenziano per la diversa intensità della tutela da esse offerta: più rigorosa da parte del segreto (perché esclusione di conoscenza da parte di qualsiasi persona che non ne sia partecipe) rispetto alla riservatezza (perché esclusione della sola pubblicizzazione della notizia).48 Tesi non convincente, perché spezza l'interesse unitario alla esclusività di conoscenza in funzione di due mere modalità di offesa dello stesso. E perché è smentita dal diritto positivo, poiché, ad es., l'art. 615 bis, che viene considerata la norma penale primaria a tutela della riservatezza (anche perché introdotta dalla L. del 1974, intitolata «tutela della riservatezza»), incrimina non solo la pubblica­zione, ma anche la semplice rivelazione e, ancor prima, la presa di conoscenza; b) la tesi dell'identificazione, per la quale riservatezza e segreto non avrebbero alcuna autonomia concettuale, poiché il termine «riservatezza», nato in dottrina per de­nominare nuove ipotesi di esclusività di conoscenza (riservatezza domiciliare, informati­ca, telematica), diverse da quelle tradizionalmente rientranti nel segreto, concettualmen­te coincide con quest'ultimo. Tesi, questa, che pur esprimendo una verità di fondo, non soddisfa pienamente, poiché il problema non è quello di negare differenze esistenti, in base allo stesso diritto positivo, tra le due figure, bensì di vedere se tali differenze bastino per giustificare la distinzione ed autonomia di dette figure.49 2.4.12.11. Elementi comuni e differenze tra riservatezza e segretezza. Riservatezza e segretezza privata sono concetti di relazione, perché non sono né un fatto, né una cosa, né una notizia, ma la relazione conoscitiva tra un soggetto e un fatto, una cosa o una notizia. Essi appaiono rappresentabili, geometricamen­te, come due cerchi concentrici, costituendo la prima il genus e la seconda la species, in quanto hanno in comune la esclusività di conoscenza, ma si differenziano per l'oggetto e i soggetti.50 Il diritto alla riservatezza è il diritto alla esclusività di conoscenza di ciò che attiene alla vita privata. Ed è, più precisamente, caratterizzato: a) quanto all'oggetto, da tutti quei molteplici aspetti della vita privata che, per loro natura, ne consentono un totale isolamento o, comunque, non presuppongono alcun rapporto con altri soggetti; b)quanto ai soggetti, dal conseguente fatto che, oltre al titolare-beneficiario (o ai titolari-beneficiari: es., co-domicilianti) e senza il di lui consenso, nessuno è legittimato a prendere conoscenza e a rivelare tali aspetti. Il diritto alla segretezza (privata) è, parimenti, diritto all'esclusività di conoscenza, ma di più specifici aspetti della vita privata. Ed è, più precisa­mente, caratterizzato: a) quanto all'oggetto, da situazioni della vita privata, che implicano necessariamente o quasi-necessariamente rapporti con altri soggetti concorrenti nella legittima conoscenza di esse (es.: il professionista nel segreto professionale)51; b) quanto ai soggetti, dal conseguente fatto che, tra il titolare-beneficia­rio del segreto e i terzi, non legittimati né a prendere conoscenza né a rivela­re, si inserisce, qui, a differenza di quanto avviene per la riservatezza, la figura del depositario (o dei depositari) del segreto, legittimato, per necessità di cose, a prendere conoscenza ma non a rivelare quanto conosciuto.52 2.4.12. La titolarità del diritto alla riservatezza. Il diritto alla riservatezza, - a differenza di altre (es.: art. 20 Cost. spagnola), non espressamente previsto dalla nostra Cost., - è venuto, così caratterizzandosi.53 La titolarità del diritto è riconosciuta, indiscriminatamente, a) a qualsiasi persona fisica b) alle persone giuridiche, agli enti di fatto. E, in caso di più titolarità, rispetto allo stesso oggetto di riservatezza, i possibili conflitti di volontà circa l’ammissione, esclusione o divulgazione o meno, questi andranno risolti in base al principio del melior est conditio prohibendis Esso è capace di fungere da limite ad altri diritti pure costituzionalmente riconosciuti (quale, innanzitut­to, quello di libera manifestazione del pensiero) (vedi supra, art. 21 Cost.); e, altresì, meritevole di mag­giori garanzie verso i soggetti privati e i pubblici poteri (legislativo, ammini­strativo, giudiziario). 2.4.13.Gli ambiti di rilevanza del diritto alla riservatezza. II diritto alla riservatezza abbraccia, pertanto, le ipotesi legislative: a) della riservatezza domiciliare, poiché essa non postula la presa di conoscenza di alcun soggetto diverso dal domiciliante (o dai co-domicilianti), potendo costui (o costoro) vivere nel più totale isolamento; b) della riservatezza della corrispondenza, poiché anch'essa non postula la legittima presa di conoscenza da parte di altri soggetti, diversi dal mittente e dal destina­tario, che sono i titolari-beneficiari del diritto, non tenuti alla non rivelazione e pubbliciz­zazione; c) della riservatezza delle comunicazioni telefoniche, poiché pure essa non ne postula la presa di conoscenza neppure da parte degli addetti al servizio telefonico, a differenza di quanto avviene per le comunicazioni telegrafiche; d) della riservatezza delle comunicazioni telematiche, perché parimenti non postulano la presa di conoscenza del testo da teletrasmettere (es.: via fax) da parte dell'addetto alla teletrasmissione, il quale anzi deve astenersi dalla lettura del medesimo.54

1 S. Fois, Questioni sul fondamento costituzionale del diritto alla «identità personale» , in AAVV, L’informazione e i diritti della persona, Jovene, Napoli, 1983, pp. 159 ss.

2 Ibidem, p. 161.

3 Cfr. C. Fiore, op. cit, p. 2

4 S. Moccia, Il diritto penale tra essere e valore, p. 176, Rescigno, La società pluralista, in Persona e comunità, cit. p. 6 e ss.

5 Cfr. Roxin C., Einige Bemerkungen zum Verhaltnis von Rechtsidee und Rechsstoff, in Der Systemattic unseres Strafrechts, in Gedachtnisschrift fur G. Radbruch, Gottingen 1968, p. 265 e ss.

6A. Pizzorusso, I profili costituzionali di un nuovo diritto della persona, in AAVV, Il diritto alla identità personale, cit., p. 30. Ad ogni modo, l’autore stesso tempera l’importanza del riferimento giurisprudenziale: «Poiché tuttavia mi sembra che la Corte costituzionale non possa cancellare con tre righe di motivazione un’elaborazione dottrinale e giurisprudenziale ormai cospicua, penso che a questo precedente non si possa dare gran peso».

7 Ibidem, p. 161.

8A. Cataudella, Scritti giuridici, Padova, Cedam, 1991, p. 545.

9A. Belvedere, Riservatezza e strumenti d’informazione, in Dizionario del dir. priv., Milano, 1980, p. 750. L’autore si dice contrario, tuttavia, ad una rilevanza costituzionale di tipo autonomo del diritto alla riservatezza, esaltandone solo il citato ruolo strumentale.

10 Ci si riferisce alla sentenza di straordinaria importanza del Bundesverfassungsgericht del 15 dicembre 1983 in Neue Juristische Wochenschrift, 1984, p. 419, in cui essa, seppure in riferimento specifico al tema della protezione dei dati personali, menziona la diretta discendenza del diritto in questione dal diritto generale della personalità (Persönlichkeitsrecht), ricavabile dall’art. 2 I in combinato con l’art. 1 I GG, il quale viene dunque riconosciuto come fondamento costituzionale del diritto in oggetto.F. Mantovani Op. cit., p. 422

11 F. Mantovani, Diritto alla riservatezza e libertà di manifestazione del pensiero con riguardo alla pubblicità dei fatti criminosi, in AAVV, Il diritto alla riservatezza e la sua tutela penale, Atti del terzo simposio di studi di diritto e procedura penali, Varenna, Villa Monastero, 5-7 settembre 1967/ promosso dalla Fondazione "Avv. Angelo Luzzani" di Como - Milano, Giuffrè, 1970, p. 391 ss., in cui è presente anche un’analisi delle diverse correnti di pensiero in seno alla Costituente e della loro influenza sui valori di fondo recepiti nel testo costituzionale.., pp. 399 – 400..

12 Cfr. F. Bricola, Prospettive e limiti della tutela penale della riservatezza, in AAVV, Il diritto alla riservatezza e la sua tutela penale, Atti del terzo simposio di studi di diritto e procedura penali, Varenna, Villa Monastero, 5 – 7 settembre 1967/ promosso dalla Fondazione "Avv. Angelo Luzzani" di Como – Milano, Giuffrè, 1970, p. 84, il quale evidenzia il parallelismo tra l’art. 3 Cost. e gli artt. 1 e 2 della Costituzione tedesca che impiegano formule analoghe a tutela della dignità e dello sviluppo della personalità. Sono queste le disposizioni in cui "la dottrina tedesca ravvisa l’affermazione costituzionale del diritto alla vita privata".

13 V., ad esempio, S. Fois, Questioni sul fondamento costituzionale del diritto all’«identità personale», in AAVV,L’informazione e i diritti della persona, Jovene, Napoli, 1983, p. 167..

14 F. Bricola, Op. cit., p. 84..

15 v., per tutti, T. A. Auletta, Op. cit., pp. 2 ss

16 F. Mantovani, Op. cit., pp. 388 ss. L’autore riferisce tale opinione per poi criticarla sotto il profilo della contrapposizione troppo decisa tra civis e singolo, evidenziando invece l’opportunità di riferirsi alla persona umana integralmente intesa. Nello stesso senso v. R. Tommasini, L’interesse alla riservatezza ed i valori della persona di fronte alla libertà di manifestare il pensiero, in AAVV, L’informazione e i diritti della persona, cit., p. 40.

17 Cfr., per tale tema, S. Rodotà, Tecnologie e diritti, Bologna, Il Mulino, 1995, pp. 29 ss.

18 In tal senso v. A. Cataudella, Op. cit., p. 546.

19 v. A.M. Valenti, La dignità umana quale diritto inviolabile dell’uomo, Perugia, 1995, pp. 9 ss.

20 G. Morsillo, La tutela penale del diritto alla riservatezza, Milano, Giuffrè, 1966, p. 274.

21 Tra le rare voci contrarie cfr.: A.M. Sandulli - A. Baldassarre, Profili costituzionali della statistica in Italia, in Dir. soc., 1973, pp. 382-383, nota 87: « a livello costituzionale, tale diritto è riconosciuto e garantito dagli artt. 13 (che, occorre ripeterlo, si riferisce pure alla libertà personale morale, ossia anche ai beni immateriali inerenti o attinenti alla persona fisica), 14, 15 Cost.» . Inoltre anche la giurisprudenza di merito, oltre a quella costituzionale già citata, ha, in alcune sentenze, posto a rapporto diretto corrispondenza epistolare e riservatezza. Si vedano, in questa prospettiva, le seguenti sentenze: Pretura di Verona 30 ottobre 1990 (in Giur. merito, 1992, p. 852); Tribunale di Milano 30 giugno 1994 (in Foro it., 1995, I, p. 1667) e 15 settembre 1994 (in Dir. Informatica, 1995, p. 626, nota (Ricciuto). Nelle suddette decisioni si trova ribadito, indipendentemente dal caso di specie, il diritto alla riservatezza epistolare. In particolare la seconda sentenza lo definisce come la legittima aspettativa che l’autore ripone nel destinatario circa il mantenimento del più rigoroso riserbo in merito al contenuto della corrispondenza. Anche la Corte di Giustizia delle Comunità europee (sentenza del 18 maggio 1982, in Riv. dir. internaz., 1983, p. 893) ha ravvisato l’esistenza, tanto nell’ordinamento comunitario, quanto in quelli degli Stati membri, di norme a tutela della riservatezza della corrispondenza (nella fattispecie tra avvocato e cliente).

22 V., tra gli altri, F. Bricola, Op. cit., pp. 80-81; F. Mantovani, Op. cit., pp. 387-388; A. Belvedere, Op. cit., p. 750: la Costituzione presenta «varie disposizioni che regolano aspetti parziali del problema (talora insieme ad altri interessi), ma che non offrono alcun criterio per formulare una norma generale».

23 Sull’argomento v. A. Cataudella, Segreto, privato e cronaca, in AAVV, Il riserbo e la notizia, cit., pp. 89 ss., il quale, nel precisare i caratteri distintivi del segreto rispetto al privato, rileva che, in relazione agli artt. 14 e 15 Cost., sicuramente c’è coincidenza tra ambito del segreto e ambito del privato, ma ciò ha indotto « una parte della dottrina a spiegare tale normativa esclusivamente in chiave di difesa del segreto: "segreto domestico" e "segreto della corrispondenza"». Tuttavia, contro l’assolutezza di tali affermazioni, si deve notare che « non vi è, peraltro, un interesse del soggetto a tenere segreti tutti gli eventi che si verifichino nell’ambito spaziale del domicilio o siano affidati a mezzi riservati di comunicazione». Quindi, a seconda della natura delle notizie, il soggetto avrà interesse a limitarne, in misura variabile, la circolazione ( notizie riservate), ovvero ad escluderla del tutto (notizie segrete), oppure ancora non si opporrà a consentirne la diffusione. L’autore, tuttavia, esclude che le norme in esame siano pertinenti al tema della riservatezza, poiché direttamente finalizzate ad impedire non l’indebita divulgazione di notizie riservate ma, più precisamente, il loro apprendimento: v. A. Cataudella, La tutela civile della vita privata, Milano, Giuffrè, 1972, p. 27.

24 In sintesi, e per tutti, v. A. Pizzorusso, Sul diritto alla riservatezza nella Costituzione italiana, in Prassi e Teoria, 1976, p. 37: «pur contribuendo indubbiamente alla tutela della riservatezza, le norme di questo tipo non possono dunque essere considerate come il fondamento di un corrispondente diritto costituzionale, ma soltanto essere utilizzate per operazioni interpretative dirette a combinare insieme gli effetti di precetti diversi».

25 I limiti all’art. 21 sono soliti essere classificati in interni ed esterni: tra gli altri v. Mantovani, Op. cit., pp. 415 ss: «i primi, ricavabili dalla sola considerazione degli interessi e dei valori che sottostanno al riconoscimento del diritto in questione nel nostro ordinamento, nonché dalla formulazione letterale del medesimo, al di fuori dell’esigenza di tutelare altri interessi diversi. I secondi, desumibili dalla esigenza di salvaguardare altri interessi, individuali, collettivi, pubblici, coi quali il diritto di manifestazione del pensiero può entrare in collisione». Tra i limiti interni alcuni sono desumibili dalla stessa formulazione letterale dell’art. 21, la quale, « col parlare di "pensiero proprio", porta, a rigore, ad escludere dalla fattispecie ivi prevista, sia il "non pensiero" sia "il pensiero non proprio"» . Sulla problematica dei limiti esterni al diritto d’informare v., inoltre, C. Chiola, L’informazione nella Costituzione, Padova, Cedam, 1973, pp. 92 ss.

26 Per la questione si rinvia alle considerazioni esposte circa gli artt. 2 e 3 Cost. e alla bibliografia ivi richiamata, nonché al prosieguo dell’esposizione.

27 A. Cataudella, Op. ult. cit., pp. 32 ss.

28 Sull’affermazione della pari dignità della libertà di parlare e di tacere v. A Cerri, Libertà negativa di manifestazione del pensiero e di comunicazione - diritto alla riservatezza: fondamento e limiti, in Giur. Cost., 1974, I, p. 611 ss. Contra: A. Pizzorusso, Op. ult. cit., p. 38: secondo l’autore il difetto di questa tesi sta «nel fatto che essa non tiene conto della circostanza che la tutela spettante alla libertà "negativa" di manifestazione del pensiero non può essere identica a quella propria della corrispondente libertà "positiva" giacché, mentre può ammettersi che, almeno di regola, sia rimesso all’insindacabile volontà del singolo il potere esclusivo di decidere se manifestare o meno un’opinione oppure una notizia, è invece evidente che al singolo come tale normalmente non è rimesso un corrispondente potere di tenere segreta qualunque opinione o qualunque notizia», pena l’annullamento del diritto di cronaca.

29 V., a titolo di esempio, la sentenza della Corte d’appello di Roma dell’11 febbraio 1991, in Dir. aut., 1992, p. 377, nella quale, inoltre, la libertà di manifestazione del pensiero e la riservatezza vengono entrambe considerate dotate di riconoscimento costituzionale.

30 Così: F. Mantovani, Op. cit., p. 388, nota n. 9.

31 Rubrica inserita dall’art. 2, comma 2, protocollo numero 11.

32 F. Bricola, Teoria generale del reato, in Nss. Dig., p. 16; Bricola, Prospettive e limiti penali della riservatezza, in Riv. Dir. e Proc. Pen., pp.1967-1097 e ss.

33 C. Fiore, Riservatezza, op. cit., p. 2

34 In questo senso v. A. Pizzorusso, Op. ult. cit., pp. 39 – 40, il quale ritiene che «il riconoscimento, anche a livello costituzionale, del diritto alla riservatezza abbia a fondarsi, più che su una od un’altra norma scritta, su un complesso di argomenti interpretativi che consentono di dimostrarne l’esistenza come principio non scritto della Costituzione vigente in Italia».

35 C. Fiore, op. cit., p. 2

36 Così. P.Patrono, Privacy e vita privata, (dir. Penale), in Enc. Dir., p. 578

37 C. Fiore, op. cit., p. 3 Sottolinea la scarsa afferrabilità della riservatezza; Musco in Bene giuridico e tutela dell’onore, Milano, 1974, p. 204 e ss

38 A. Manna, op. cit.(9),p. 120, F. Mantovani, op. cit.(11),p. 471; F. Bricola, (2),op. cit., 1087

39 “Nella logica personalistica del nostro ordinamento, il bene della riservatezza va inteso(…) non in senso psicologico soggettivo di riservatezza-sentimento della propria privatezza e coscienza del proprio valore, ma in senso personalistico di riservatezza-esclusività di conoscenza delle proprie cose private quale aspetto inalienabile della stessa persona umana che, essendo caratterizzata oltre che dalla sua dimensione sociale(…), anche e innanzitutto dalla sua dimensione individuale(…), abbisogna di una sfera di d’ isolamento, materiale e psicologico.(…) . Come tale è “pari” in tutti gli uomini in tutti gli uomini appartenendo inderogabilmente ad ognuno ed essendo uguale per tutti, senza discriminazioni, essendo riconosciuto come diritto soggettivo, qualunque possa essere il sentimento del singolo in merito alla propria privatezza e al relativo valore.(…) La relatività della riservatezza-sentimento, variando questa in relazione a molteplici fattori personali, non può(…), perciò essere invocata come ostacolo al riconoscimento giuridico e alla tutela penale.(…) Con le conseguenti ripercussioni circa il ricorso alla tutela giuridica (querela)” Così F. Mantovani, Diritto penale, Parte speciale, CEDAM, Padova, 1995(11), 471; F. Bricola, op. ult. cit.,1088.

40 “In rapporto al concreto manifestarsi di tale potere dispositivo e in considerazione altresì, di quel tanto di vita di relazione che l’individuo ha anche nella sfera privata, va distinto tra: a)esclusività assoluta di conoscenza che si ha quando il soggetto esclude la conoscenza di “tutti”, desiderando essere l’unico soggetto a conconoscere le proprie cose private e che è condizionata dalla possibilità di fatto di tale esclusione e quindi, limitata a priori, a quegli aspetti della vita privata che, per loro natura, ne consentano un integrale isolamento (es. pensieri espressi in diari, memorie), b) l’esclusività relativa di conoscenza, che si ha quando il soggetto, come più frequentemente avviene, esclude la conoscenza nei confronti di tutti ad esclusione di taluni soggetti. Il che può dipendere da aspetti della vita privata implicanti relazioni interpersonali(…), onde ciascun soggetto della relazione ne ha conoscenza. Oppure da un atto di volontà con cui il soggetto porta a conoscenza di altri cose della propria vita privatao ne consente la presa di conoscenza per le più diverse ragioni(…), o ancora del fatto che il soggetto pone in essere comportamenti della vita privata in luogo pubblico o aperto al pubblico” così F. Mantovani, Diritto penale, p. generale, p. 471

41 F. Bricola, op. cit., p. 1088

42 C. Fiore, op. cit, p. 3

43 Alla tutela del segreto epistolare [nella sua accezione ampliata dalla legge n. 547, 23 Dicembre, 1993] sono predi­sposte alcune norme del codice penale (artr.616-620 in particolare). In realtà, solo l'ars. 618 c.p. tutela notizie segrete in senso proprio (CRESPI, A., La tutela penale del segreto, Palermo, 1952, 25 s., 65 ss. ; (PETRONE, M., Segreti, Delitti contro l’inviolabilità dei),in Nss D.I,XVI, Torino, 1969, p.971): tale norma punisce, infatti, la , rivelazione del contenuto di corrispondenza «che doveva rimanere segreta». Nelle altre ipotesi criminose viene tutelata la riservatezza della corrispondenza in quanto tale, a prescindere da una specifica esigenza, di segretezza. Ciò non toglie, comunque, validità alla formula riassunti­va di «segreto epistolare», entrata nell'uso comune (PETRONE, M., Segreti, Delitti contro l’inviolabilità dei), in Nss D.I,XVI, Torino, 1969, 967). Al segreto epistolare si affianca anche il segreto telefonicoo e telegrafico, come emerge dalla definizione di «corri­spondenza» dell'art. 616, ult. co., c.p. Paolo Pisa, voce SEGRETO in Enc. Treccani, p. 6 Vedi più diffusamente infra.

44 L’intercettazione telegrafica o telefonica [ora anche telematica a seguito della legge n. 547, 23 Dicembre, 1993] si iscrive tra le diverse forme di controllo e di interferenza delle comunicazioni. In senso lato, l’intercettazione può ricomprendere anche comportamenti impeditivi di una comunicazione o l’assunzione indiretta di notizie relative a tali comunicazioni; in senso stretto l’intercettazione implica l’ascolto o la percezione diretta, all’insaputa degli interlocutori, della conversazione o della comunicazione (Gosso, P.G, Intercettazioni telegrafiche o telefoniche, in Enc. Dir., XXI, Milano, 1971, p. 890, o secondo altra opinione di entrambi gli interlocutori (Illuminati G., La disciplina processuale delle intercettazioni, Milano, 1983, p.34 e ss.; L’art. 617 c. p. , (…), incrimina la fraudolenta presa di conoscenza di una comunicazione telegrafica o telefonica tra terzi o comunque non diretta al soggetto agente, nonché l’interruzione o l’impedimento delle comunicazioni predette. Paolo Pisa, voce Intercettazioni telegrafiche e telefoniche, in Enc. Treccani, p. 1

45 C. Fiore, op. cit., p. 4

46 C. Fiore, op. cit., p. 4

47 F. Mantovani, Diritto penale, p. generale, op. cit., p. 466

48 Sostengono questa tesi, fra gli altri: DE Cupis, op. cit., 120; TRAVERSO, Riservatezza e diritto al rispetto della vita privata, in Riv, dir. indust., 1963, II, 27; BRICOLA, Prospettive, cit., 76; MORTATI, Istituzioni dir. pubbl., 11, Milano, 1976, 1064

49 Su questa tesi, cfr. per tutti, PATRONO, op. cit., 565

50 Cfr. F. Mantovani, Diritto penale, p. generale, op. cit., p. 467

51 A tutela del segreto professionale è posta la norma incriminatrice dell’art. 622 c. p. tale disposizione individua l’oggetto protetto nel segreto di cui il soggetto agente viene a conoscenza “per ragioni del proprio stato d’ufficio o della propria professione o arte” E’ evidente da tale affermazione che il legislatore ha adottato un concetto do professione assai lato. V. Manzini., Trattato di diritto penale italiano, VIII, 959, Petrone M., Segreti, (diritto contro l’inviolabilità dei, in Nss. Dig, p. 974, inerisce peraltro a tale nozione l’idea di un’applicazione continuativa, benché non abituale o principale o meno che mai esclusiva), non essendo sufficiente l’ esplicazione di un’attività meramente episodica (così osserva V. Manzini, ibidem. Inoltre, in conformità alla ratio della tutela (sulla quale v. Petrone M., op. cit., p. 974; si deve ritenere che per la configurazione del reato non basti un mero nesso di occasionalità tra esercizio della professione ed acquisizione della conoscenza del segreto, bensì un nesso di causalità necessaria Così M. Petrone . op. cit, p. 975. Fonte tratta da P. Pisa, Voce “segreto in Eng. Giur. Treccani, p. 4

52 Cfr. F. Mantovani, Diritto penale. Parte generale, cit.,pag. 467

53 Per le problematiche, che via via tratteremo, v. più ampiamente: MANTOVANI, Diritto, cit., 385, e AA. ivi cit.

54 Cfr. F. Mantovani, Diritto penale. Parte generale, cit.,pag. 468

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